play_arrow

keyboard_arrow_right

Listeners:

Top listeners:

skip_previous skip_next
00:00 00:00
chevron_left
volume_up
  • cover play_arrow

    Radio K55

Psicologia

Homo homini lupus – 2

today03/12/2023 53

Background
share close

Occorre constatare che non è stata una buona settimana dal punto di vista del tema femminicidi. Nel primo articolo (homo-homini-lupus-1), dedicato al tema del rapporto con la cultura patriarcale di questi fatti di sangue, avevamo parlato del sito dedicato a registrarli con puntualità. Su https://femminicidioitalia.info/ nell’elenco di Novembre dopo Giulia Cecchettin si sono aggiunte altre due donne uccise dai loro compagni. Siamo così arrivati già a 41 femminicidi e manca ancora un mese alla fine dell’anno.

Ma torniamo a parlare del femminicidio di Giulia Cecchettin perché, per le sue modalità, ha colpito l’immaginazione dell’opinione pubblica in modo particolare. Prima la sparizione dei due ragazzi, il presentimento di tragedia che cresceva con il passare dei giorni, la scoperta del cadavere di Giulia e quindi dell’efferatezza del gesto violento, e infine la fuga del ragazzo terminata come sappiamo. E’ stato al centro dell’attenzione mediatica e popolare a lungo e in varie forme e modi. Ci eravamo riproposti di analizzare i commenti di alcuni psicologi per avere un contributo alla riflessione sul tema delle possibili cause. Sentiamo alcuni pareri in riferimento alla morte di Giulia tratti dai quotidiani italiani.

Paolo Crepet su Il Messaggero il 19 novembre (Psichiatra, Psicoanalista) 

“Sbagliano a giustificare sempre e comunque i figli. I ragazzi vanno male a scuola? Poverini. Prendono un’insufficienza? Colpa dei professori. Vengono bocciati? Ricorso al Tar. Abbiamo creato dei ragazzi che non conoscono la frustrazione, che non sanno che esistono anche i no”.

Elisa Caponetti su Il sussidiario.net il 21 Novembre (psicoterapeuta, psicologa giuridica e criminologa)

“Un ragazzo abituato ad avere tutto, ad essere sempre giustificato in ogni sua azione, non accetta il fallimento. Ormai i ragazzi hanno un modello collettivo e di condotta in cui prevale l’individualismo. Pensiamo ad esempio ai social: volersi mostrare infallibile, invincibile significa puntare ad una iper realizzazione di sé. Quando la perfezione viene meno, scatta la rabbia”

Roberta Bruzzone sul Messaggero il 24 Novembre (psicologa, psicologa giuridica e criminologa)

In riferimento a Filippo Turetta:

“Gli elementi per una diagnosi, almeno comportamentale, ci sono tutti. È una personalità narcisistica patologica. 

Viveva ancorato al possedere Giulia, e al non essere inferiore di lei, l’elemento cardine per gestire la sua angoscia, la sua inadeguatezza”.

“Ci sono diversi modi in cui la patologia narcisistica può manifestarsi. Ci sono quelli un po’ più evidenti: quelli arroganti, che sono convinti di essere i migliori del mondo; quelli che, se ci parli, la prima cosa che vogliono mettere in chiaro è che comunque sono migliori di te. Quindi hanno questo aspetto evidente, over, aperto, cioè è osservabile. E poi ci sono quelli più subdoli, quelli passivo aggressivi, quelli coperti o covert. Che hanno invece lo stesso Sé grandioso, ma temono terribilmente il fallimento. Quindi lo tengono un po’ più custodito, un po’ più nascosto. Si travestono da ragazzi per bene, attenti ai valori, attenti agli altri devoti. Sono apparentemente molto dimessi, molto tranquilli, finché va tutto come dicono loro.”.

Massimo Recalcati su Repubblica del 26 Novembre (Psicoanalista)

“Da sempre gli uomini che odiano le donne sono uomini che non sopportano la loro libertà. L’ideologia del patriarcato si è retta su questo principio repressivo di fondo: negare sistematicamente la libertà delle donne. … Per questa generazione specifica di maschi il problema si è complicato, almeno per un verso, perché riconoscere di non essere tutto per l’altro è una ferita narcisistica insopportabile”. 

…“Il mito del nostro tempo è quello del successo individuale. Si tratta di un nuovo imperativo che rende impossibile l’esperienza del fallimento. Chi corre piano o chi cade è tagliato fuori. Si tratta di un vero e proprio culto della prestazione e del perfettismo. Subire il rifiuto di una ragazza significa riconoscere i propri limiti, che non si può essere tutto né avere tutto.”

…“Il narcisismo dei figli è sempre un prodotto di quello dei genitori. Oggi una delle angosce più diffuse tra i genitori è quella di tutelare i loro figli proprio dal rischio del fallimento e della caduta. Questo non aiuta i figli ad assumere la responsabilità delle loro parole e delle loro azioni.”

Ancora Recalcati dall’intervista ad Avvenire del 25 novembre:

“La cultura maschilista, come figlia naturale dell’ideologia del patriarcato, non è più in una posizione dominante. Sarebbe impossibile non riconoscerlo. Ma la sua brace non è del tutto spenta.”.

“…L’altra faccia del patriarcato, quella più in ombra che si fa fatica a nominare e che invece è centrale per comprendere l’assassinio di Giulia, è quella del legame interminabile con la madre…”.

Due temi da mettere a fuoco

In sintesi emergono due argomenti chiave. Il patriarcato come retaggio culturale di una determinata forma di relazione uomo donna ancora attuale e la deriva narcisistica delle società contemporanee a cui in particolare le nuove generazioni sono molto esposte.

Apparentemente nella famiglia di Filippo Turetta non ci sono segni di appartenenza a quel tipo di cultura patriarcale descritta dalle vicende del film “C’è ancora domani” di cui abbiamo già accennato nell’articolo precedente e che ancora perdura in alcuni particolari contesti. Anche il fatto che Filippo non fosse mai stato violento in precedenza né con Giulia né con altri fa pensare che la cultura dell’affermazione di sé non violenta fosse consolidata nel suo ambiente. 

Ma Paolo Crepet, in merito al fatto che i genitori hanno rimandato il primo incontro con il figlio arrestato, fa notare una frase del padre a caldo, dopo il ritrovamento del corpo di Giulia e l’arresto di suo figlio: “avrei preferito finisse diversamente”. Crepet sostiene in un intervista a La Stampa che “Questa frase contiene una visione patriarcale in cui il figlio costituisce un oggetto di possesso. Un oggetto che se non cresce a propria immagine e somiglianza disconosco e rifiuto.… Sperare che sia morto significa che la gestione di un lutto in questo caso risulta più semplice della gestione di un processo in tribunale che solleva quesiti e colpe impronunciabili.”

Quindi, il possesso della donna, tipico della cultura patriarcale, ormai vituperato almeno nel discorso mediatico contemporaneo, potrebbe essersi allargato nella contemporaneità in una forma di possesso dei figli attraverso le aspettative dei genitori. Anche a proposito del legame interminabile con la madre di cui parlava Recalcati, possiamo osservare che i genitori contemporanei hanno la tendenza a investire tutta la loro carica protettiva su l’uno o due figli della tipica famiglia moderna e così facendo prolungano il tempo della fase evolutiva incastrandoli nell’immaturità. Si attendono poi, che questi li gratifichino con comportamenti corrispondenti alle enormi aspettative implicite in tutte queste cure. Aspettative che funzionano da ipoteche sulla possibilità che questi figli diventino persone mature, libere di affermare quanto hanno dentro sia in termini di limiti che di talenti.

Il figlio del desiderio

E’ questa la tesi di un testo del 2009 del sociologo e filosofo Marcel Gauchet intitolato “Il figlio del desiderio – una rivoluzione antropologica”. Grazie principalmente al controllo della procreazione ottenuto con gli anticoncezionali, con l’aborto medicalizzato, con le tecniche di sostegno alle gravidanze in tarda età, il bambino è diventato un “figlio del desiderio” quando in precedenza era un dono della natura che si esprimeva attraverso gli umani e, spesso, malgrado gli umani. Questi figli sono il risultato di una volontà espressa, di progetti definiti, di lunghe attese e sforzi, con ricadute sul modo di concepire la famiglia e soprattutto sui meccanismi di definizione della personalità. Su questo bambino desiderato finiscono per pesare come macigni le aspettative dei suoi genitori e della società. Egli si trova nel compito improbo di risplendere nella sua individualità singolare quando ancora non ha gli strumenti per capire se stesso e il suo posto in mezzo agli altri. Gauchet scrive:

“Dall’istante in cui si ammette che si fa un figlio per sé, perché lo si vuole e quando lo si vuole, si dà per scontato che questo figlio non può essere preso in considerazione che in se stesso, nella sua dimensione di singola individualità, sfuggendo, per esempio, all’anonimato dell’erede, la cui funzione era quella di perpetuare la discendenza.”

Un bambino desiderato ma anche diseredato.  L’eredità di valori collettivi come potente mezzo di significazione di una vita diventa impossibile causa le proiezioni narcisistiche dei genitori. E’ questo un argomento trattato  proprio da Recalcati, nei suoi numerosi libri sull’argomento (vedi ad es. “Il complesso di Telemaco”).

Ma continuando con Gauchet, la famiglia come istanza incaricata di produrre esseri viventi e trasformarli in esseri-per-la-società è stata sostituita da una famiglia intimizzata, aperta nei confronti della società, ma protettiva nei confronti dei vincoli della vita collettiva. Non socializza più nel senso vero del termine, ovvero non si pone più come elemento di trasmissione dei vincoli imposti dalla vita collettiva. “Dati i valori che la definiscono, è portata a rimproverare in permanenza all’educazione di essere e di funzionare come un’istituzione. Il conflitto tra la norma e l’affetto, che prima attraversava le famiglie, divide oggi la famiglia e la scuola”. 

Abbiamo trattato molte volte negli articoli precedenti il tema del periodo scolastico come esperienza di contrasti per ciascuna delle tre parti in causa, genitori, figli, scuola, dove è più caratteristico il conflitto che la collaborazione.

Il narciNismo

Sul tema, invece, della deriva narcisistica, vale la pena citare il neologismo coniato nel 2011 da Colette Soler, psicoanalista Lacaniana. Il NarciNismo nasce dalla fusione delle parole Narcisismo e cinismo. Così la spiega Coler: “Sono scomparse le grandi cause alle quali il XX secolo ha creduto – sappiamo a che prezzo – le cause capaci di trascendere la nostra individualità. Da qui la tendenza di ciascuno a trasformare in «causa» i propri plus-interest come si dice, i propri plus-valori, i propri plus-godere, e i legami sociali ne risultano minati.”. Finiti i grandi ideali collettivi le relazioni sono percepite al servizio del vantaggio personale, chiuse su se stesse. Viene così a perdersi il valore del legame con l’altro che precede il punto di vista utilitaristico.

Paradossalmente, abbiamo anche un argomento valido per sostenere quanto trattato nello scorso articolo circa l’ingente numero dei suicidi tra i padri separati. Ovvero, una popolazione di uomini che sperimenta una crisi intorno al fallimento del progetto di famiglia con una caduta del sentimento del valore dell’Io così totale da non preoccuparsi più del legame con i figli. Dopo le fatiche per averli messi al mondo non importa più se cresceranno sotto l’ombra scura delle colpe e della sfiducia che getta sulla loro vita un padre suicidato. 

Il Discorso del capitalista

Ma ritorniamo a Jacques Lacan e al suo famoso “discorso del capitalista”. Ovvero, la spinta alla produzione e al consumo di oggetti di desiderio sempre nuovi tipica delle società capitalistiche, tende a distruggere ogni forma discorsiva affermando il soggetto come pura spinta al godimento solitario, in un individualismo sfrenato. L’offerta in eccesso di oggetti di desiderio tende ad opprimere perché l’appagamento è sempre rinviato e mai raggiunto.
Negli oggetti del desiderio includiamo anche quelli immateriali. La spinta al successo, il principio di prestazione, sono un ulteriore prodotto del “discorso del capitalista” da raggiungere a tutti i costi. Ecco le parole di Recalcati, sempre tratte dall’intervista ad Avvenire sopra citata: 

“È qualcosa che non appartiene al medioevo ma riguarda profondamente la cultura del nostro tempo. La cultura del successo individuale e del principio di prestazione rende, infatti, difficile l’elaborazione del fallimento e dello scacco e stimola la nascita di rapporti rifugio, adesivi, simbiotici, di nicchie narcisistiche separate dal mondo, delle specie di “reinfetazioni” fantasmatiche, riparo da una realtà precaria, minacciosa, spaesante…”

Riferito a Filippo Turetta il concetto di reinfetazione è assai appropriato almeno per quello che oggi sappiamo, tra l’orsacchiotto per andare a dormire e la ferale impossibilità di fare a meno di Giulia.

Da quanto detto emerge che la riflessione approfondita sulla parola patriarcato è una conquista della modernità ma non deve essere esclusiva della possibilità di riflettere su quali altre variabili caratterizzano questo strano tempo della vita dei terrestri di cui siamo testimoni.

Di questo misterioso altro continueremo a parlare anche nel prossimo articolo sempre in riferimento al tema di come il corpo della donna, sia come corpo reale che come simbolo, sia al centro di una vicissitudine profonda.

Buon Universo a tutti.

,

Written by: mind_master

Rate it

0%
Radio K55 APP

GRATIS
VISUALIZZA