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    Radio K55

Psicologia

Homo homini lupus – 4

today26/12/2023 34

Background
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Alla lista dei femminicidi già citata nei precedenti articoli della serie Homo Homini Lupus, si è aggiunto ancora un nuovo nome in Dicembre. Speriamo che questo, il 41esimo dell’anno per il sito FemminidicioItalia.info, sia anche l’ultimo.

Per avere una dimensione dei fenomeni in corso e delle loro tendenze i numeri aiutano, anche se non spiegano tutto. Dalle osservazioni già fatte in homo-homini-lupus-1 emerge l’evidenza che il numero dei femminicidi ha avuto un’impennata negli ultimi 20 anni. Si parla quindi di “strage delle donne” in connessione alla cultura patriarcale. La caratteristica più evidente della forma di relazione che precede un femminicidio è il tentativo di controllo sulla donna e sulle sue libertà che finisce per far assomigliare la relazione a quella tra un carceriere e il carcerato. La relazione diventa una gabbia e proprio quando la donna se ne vuole liberare spesso accade la tragedia, come per Giulia. Ma a questo punto dobbiamo prenderci un tempo per guardare anche quali altri numeri sono cresciuti in questi ultimi anni e di quanto.

Chi incarcera chi?

Analizziamo un altro fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto fino ad essere considerato una vera e propria epidemia sociale. Il meccanismo di questi comportamenti che in genere trova esordio intorno all’età puberale, ma può andare molto avanti nell’età adulta, è descritto dalla psicoterapeuta Sandra Sassaroli, fondatrice del Gruppo Studi Cognitivi, nel seguente modo:

“Soggetti con disturbi alimentari sentono di non essere capaci di controllare i rapporti personali, le reazioni interne e gli eventi in generale. Per ottenere la percezione del controllo e raggiungere un certo grado di prevedibilità, sono disposti a confinare le loro vite entro un’esperienza ridotta, circoscritta all’alimentazione e alle dimensioni corporee. Tuttavia, sebbene la gestione dell’alimentazione e delle dimensioni corporee offra in un primo momento l’attrattiva di una qualche possibilità di controllo, alla fine li condanna ad una esistenza isolata ed insana” 

Di seguito una rappresentazione visiva della restrizione di esperienza che caratterizza questa psicopatologia negli adulti.

Negli adolescenti, al posto del lavoro ci sono gli impegni scolastici. Soprattutto nelle ragazze, gli studi vengono portati avanti con la stessa modalità ossessiva dei pensieri dedicati all’alimentazione. A scuola, però, il problema non si evidenzia perché il rendimento scolastico è elevato e la scuola, ancor oggi, è un’istituzione preparata prevalentemente per valutare il rendimento e molto meno la maturità della persona nel gestire i disagi derivanti dai propri compiti evolutivi, il grosso dei quali non è scolastico.

Le istituzioni che si fanno carico del problema

Ma il problema riemerge in altre sedi. Per Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia all’Ospedale Bambin Gesù di Roma, l’identikit tipico dei ricoveri è in piena età scolastica, 15 anni di media e, nella stragrande maggioranza di casi, ben il 90% sono ragazze. “Per lo più sullo sfondo ci sono depressione e disturbi d’ansia che in parte esitano, dopo i tentativi di suicidio o altre forme di autolesionismo, nei ricoveri nel reparto protetto di Neuropsichiatria dove vengono gestiti i casi più complessi: nel 2022 le degenze per questa causa sono state 544 (+10%) e 7 su 10 derivano da ‘ideazione suicidaria’”.

In altre parole, il soggetto finisce per incarcerare se stesso in una routine che di fatto fa fallire il compito adolescenziale di aprirsi alle relazioni con i coetanei. Un compito che richiede l’accettazione di tutte le ansie, delusioni, frustrazioni che nascono da questa apertura. Si tratta di un elemento di forte immaturità che rimane nascosto a lungo. Per colmo, fino al cosiddetto esame di maturità e oltre.

I numeri di questo fenomeno sono difficili da stimare con esattezza, perché una morte per disturbo alimentare può intervenire anche dopo molti anni dall’esordio della malattia, per consunzione graduale dello stato di salute dell’individuo.

In Italia si parla attualmente di più di 3.000 casi di morte l’anno su una popolazione di malati che ha abbondantemente superato il milione di individui in una vertiginosa crescita degli ultimi anni.

Il corpo femminile ha nemici dappertutto

Una cosa è certa, il corpo femminile non cessa di essere oggetto di violenza. Nel mondo contemporaneo la novità è che il nemico può essere anche il suo stesso proprietario. Il corpo femminile sessuato e sessualizzato è quello più frequentemente brutalizzato. Anche l’esordio dei disturbi alimentari e dell’autolesionismo coincide proprio con la maturazione sessuale del corpo femminile. Un esordio che sembra quasi mettersi di traverso all’assunzione di questo importante passaggio d’età e di identità, rifiutando, svilendo e nascondendo lo sbocciare più pieno dei tratti femminili. Proprio come il Burka delle culture patriarcali, che si inizia a indossare intorno ai 13 anni.

Se quindi parliamo di strage per i femminicidi sulla base dei numeri in aumento, dovremmo ancor di più parlare di strage per i Disturbi alimentari e tutte le altre forme di violenza autodirette, i cui numeri sono molto più alti sia come valori assoluti, sia come tendenza alla crescita. Negli ultimi 10 anni i femminicidi sono passati da 11 all’anno del 2014 ai 41 del 2023 secondo i dati di Femminicidioitalia. Ma i casi di disturbo alimentare che solo nel 2019 erano stati 680.569 sono diventati 1.450.567 nel 2022, secondo “il Sole 24 ORE“ del 24 Aprile scorso. Per un totale di 3.158 decessi, di cui il 90% ragazze o donne.

Non fa scandalo ciò che non si comprende.

Però di tutto ciò si parla poco rispetto alla portata del fenomeno. Numeri giganteschi. Intere famiglie che nel giro di poco si ritrovano a vivere immersi in un dramma che non risparmia nessuno, perché genitori e fratelli risultano comunque fortemente coinvolti dal disturbo del congiunto. Eppure non si fanno manifestazioni, niente talk show, pochi articoli sui giornali e, in genere, solo su iniziativa degli allarmati specialisti del settore psicopatologico, oppure di qualche giornalista che avendo vissuto il problema vuole fare “outing” della sua storia, come Fiorenza Sarzanini.

Perché ? Possiamo fare almeno due ipotesi.

La prima ipotesi riguarda l’aspetto costitutivo dell’offerta mediatica contemporanea.

Sono visibili solo le stragi di cui è certo il mandante

Nell’articolo []https://www.radiok55.it/piango-dimmenso-ma-niente-paura-e-solo-la-psychoapocalipse/ abbiamo riportato i commenti di Giuseppe Giannini e Concita de Gregorio su come vengono preparati i dibattiti televisivi su argomenti drammatici come il conflitto Israele-Palestina. Ovvero, cercando appositamente di amplificare l’effetto di contrapposizione tra i presenti. Perché la contrapposizione fa “audience”, perché il litigio fino all’insulto tiene attaccati al TV, non fa cambiare canale. Perché individuare in modo chiaro la vittima e il carnefice nutre il sottofondo di sentimenti paranoici così diffuso nelle culture contemporanee, come si evince dalla sterminata produzione di contenuti visuali sul tema (vedi https://www.radiok55.it/ammazzatoi-e-dintorni/)

Perché questo vuole la gente. L’importante è avere un colpevole, anche quando c’è una catastrofe climatica, dove il o i colpevoli sono veramente incerti ed aleatori, perché le responsabilità sono almeno diffuse e distribuite tra numerosissime componenti. Anche qui vediamo che il messaggio che prende maggior forma è circa le colpe di qualcuno. E arriviamo quindi alla seconda ipotesi.

Il terrore di essere esclusi dalla competizione.

Le stragi dove il colpevole non è nitidamente riconoscibile, o peggio, vi é addirittura il sospetto che una componente di colpevolezza sia annidata in ogni membro della comunità umana, queste stragi, alla lunga vengono coperte dal silenzio. I Disturbi alimentari e i suicidi in età giovanile sono un segno di malessere di tutta la comunità civile. Ci sono scelte di vita quotidiane che si danno per scontate, ma che hanno il risultato di far nascere nelle nuove generazioni un sottofondo di ansia e di insensatezza. Come genitori o educatori, interrogarsi in profondità su queste scelte, cercarne di nuove, costringerebbe a posizionarsi fuori dalla corrente del pensiero collettivo. Ma nessuno vuole sentirsi un genitore cattivo o strano, facendo scelte diverse da quelle che fanno tutti gli altri genitori, per il terrore di veder esclusi i propri figli dal consesso competitivo in cui si brama il futuro successo dei propri figli. In questo modo si continuano a fare quegli errori collettivi a tutti ormai evidenti.

La genitorialità intensiva come la strega di Hansel e Gretel

Elisabetta Ambrosi, in un articolo del Fatto Quotidiano di fine 2018, riprendendo a sua volta un’inchiesta a firma di Claire Cain Miller, “The Relentlessness of Modern Parenting”, pubblicata sul New York Times, fa un’analisi di un fenomeno recente che riguarda il modo in cui vengono cresciute le nuove generazioni. Un fenomeno che ha come conseguenza quella di intrappolare la maturazione delle stesse, non diversamente da quanto fa la strega della favola dei fratelli Grimm con Hansel e Gretel, come da copertina scelta per l’articolo di oggi. Vediamo i temi principali di questo articolo.

Solo qualche anno fa, il 2019, la sociologa Sharon Huys ha definito “genitorialità intensiva” quello stile educativo che vede i genitori completamente funzionali ai figli. I bambini diventano il centro del mondo e su di loro c’è un investimento totale incentrato sulla paura per il loro futuro, quando saranno adulti e dovranno affrontare il mondo.

La genitorialità intensiva è diventata un modello culturale dominante. Rispetto all’ora e quarantacinque minuti a settimana del 1975, un genitore del nuovo millennio dedica almeno cinque ore allo studio del figlio. Una disciplina ferrea, celata dietro la parvenza di maggiore attenzione e amore, e una pervasione costante di spazio e di tempo che non permette ai figli di diventare autonomi nelle scelte. Completamente assoggettati alle decisioni dei genitori non sviluppano una loro identità, tendono ad omologarsi e assorbono precocemente gli stati ansiogeni della moderna società.

La sociologa, e filosofa, Giorgia Serughetti afferma che tale metodo educativo risponde pienamente alla concezione capitalistica dell’uomo imprenditore di se stesso. Una logica in cui figli non sono un’apertura al futuro, al rischio, al diverso da sé, ma diventano elementi centrali di un progetto di vita ragionato come un investimento d’impresa.

Nuotare in un oceano di ansia

Alcune ricerche hanno mostrato che bambini con genitori iper-coinvolti hanno un livello più alto di ansia per eccesso di aspettative dei genitori nei loro confronti e meno soddisfazione verso la vita, mentre i bambini che giocano senza supervisione costruiscono competenze sociali e pratiche e maturità emotiva.

Il pedagogista Benedetto Vertecchi sostiene: “Paradossalmente la generazione precedente era molto più libera di quella attuale, anche di girare per le strade. Oggi invece sembra che la preoccupazione principale sia quella di non lasciargli un minuto libero, tanto che c’è da chiedersi come possano sviluppare qualcosa che non sia il risultato di un condizionamento dei genitori”.

Ma se gli adulti sono preoccupati per il futuro dei loro figli questa preoccupazione non coincide affatto con il “prendersi cura di loro”. Come si vede dalla larga casistica di bambini che fanno un uso sregolato degli strumenti tecnologici messi a loro disposizione e che li espone ad un bombardamento illimitato di stimolazioni. Con la conseguenza ulteriore che molti di loro entrano precocemente in contatto con contenuti non adatti al mondo infantile. Come ricorda lo psicoanalista Massimo Recalcati,“Il complesso di Telemaco”: “il nostro tempo è marcato da una profonda alterazione dei processi di filiazione simbolica delle generazioni. Per un verso, come in una sorta di Edipo rovesciato, sono i padri che uccidono i loro figli, non lasciano il posto, non sanno tramontare, non sanno delegare, non concedono occasioni, non hanno cura dell’avvenire… I nostri figli sono nel tempo di una libertà di massa nella quale l’isolamento cresce esponenzialmente insieme al conformismo”.

Il femminicidio-suicidio come cifra del male contemporaneo

Come abbiamo già riflettuto nell’articolo “Femminicidi ed altre catastrofi”, una configurazione caratteristica dei femminicidi moderni è del tutto differente da quella classica della cultura patriarcale, che si propone anzitutto di trarre vantaggi dal controllo del corpo femminile.

All’opposto, i femminicidi di oggi si svolgono prevalentementre sull’onda di un parossismo distruttivo ed autodistruttivo. Il narcisismo estremo, ereditato dal mondo ipercompetitivo in cui vengono immerse le nuove generazioni dai loro stessi genitori oltre che dalla cultura corrente, si mescola con un profondo sentimento ansioso-depressivo. Uccidersi dopo aver ucciso tutti. Oppure, in modo tale da farsi condannare all’ergastolo, che è come uccidersi. Il mondo finisce con la mia vita (narcisismo), ma solo perché senza la tua io non sono più niente (depressione).

Ovviamente, l’ipergenitorialità non è la causa unica e diretta di tutto questo, ma è a sua volta un sintomo di quanto molti genitori attuali non sappiano, loro per primi, far fronte alla deriva narcisistica e individualistica imposta dalla cultura corrente. I loro figli hanno molte più probabilità di rimanere schiacciati dall’ansia depressiva.

Come ha già rilevato il su citato Vicari, basta guardare alla crescita esponenziale di suicidi giovanili per rendersi conto della portata di questo fenomeno misterioso. In Italia ormai ci sono circa 4000 morti l’anno. Tra i 15 e 25 anni il suicidio è diventato la seconda causa di morte più frequente dopo gli incidenti stradali. Nei tempi antichi il suicidio di un quindicenne era un comportamento assai raro, un’eccezione.

Concludiamo qui la serie di articoli dedicata ai femminicidi e intitolata Homo Homini Lupus. Speriamo di poterci occupare di cronache terrestri meno drammatiche nel prossimo anno.

Buon Universo a tutti.

Written by: mind_master

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