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    Radio K55

Psicologia

In speculo appareo, ergo sum

today29/05/2023 39

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Questa settimana vi propongo di riflettere su due fatti di cronaca tra loro agli antipodi. 

Il primo è un fatto privato: una persona si racconta nella classica posta del cuore, quella curata dal giornalista Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera. Le poste del cuore sono quei luoghi dove quanto di più privato, nella dimensione personale, viene offerto al pubblico pensiero.

Il secondo, invece, riguarda delle dichiarazioni fatte da una persona pubblica e che riguardano uno tra gli eventi di maggiore rilevanza pubblica accaduto nel recente passato, ma offerto da una prospettiva di pensiero finalmente personale. Il protagonista parla non più come personaggio pubblico, è andato in pensione, ma in base alle sue convinzioni personali. Cominciamo dalla prima notizia.

La Posta del Cuore

“Ho una vita ricca di stimoli e impegni (a quasi 29 anni ho già vissuto in 6 Paesi diversi), mi dicono che sono un bel ragazzo, e ho una carriera con ottime prospettive. Eppure, non riesco a impegnarmi in più di un semplice flirt, quando ora invece mi sentirei pronto per qualcosa di più serio. Anche quando comincio a vedere la cosa ingranare, mi auto-saboto e scappo via, forse perché penso di non avere trovato la persona giusta”.

Quanto confessato dal protagonista della lettera scritta a Gramellini ci fa pensare a ciò che abbiamo riflettuto nell’articolo di qualche settimana fa (tonight is gonna be the loneliest) in merito alle parole di Vivek Murthy: “un epidemia di solitudine”: In seguito alla diffusione della vita da single, ed all’affermarsi di stili di vita che premiano l’autonomia da ogni legame (vedi #protectyourpeace), si diffonde l’esperienza di malessere legata alla solitudine. Non dalle persone, nella cui moltitudine è facile immergersi. Ma dai legami relazionali intimi, con tutte le conseguenze per l’equilibrio della vita affettiva personale, e Murthy aggiunge, anche per la salute.

Un problema individuale ?

Diversamente da #Protectyourpeace, il protagonista della lettera è consapevole che questa solitudine è un problema, non la idealizza. Ma lo considera un problema esclusivamente personale, e non sa come affrontarlo: “Ho provato anche le app online, ma con scarsi risultati, e temo che mi facciano deprimere ancora di più. È sbagliato che io mi ponga questi quesiti?”. Tale protagonista fa esperienza di qualcosa che lo blocca, di cui non conosce la natura. Verrebbe da pensare, quindi, che ci siano delle forze superiori alla personale determinazione a stare soli o alla scelta dello stile di vita da single. Ma Gramellini lo esorta a ricominciare e in qualche modo conferma così la tesi che il problema è esclusivamente  individuale: “Tutto dipende dalla tua predisposizione psicologica”… il timore di metterti in gioco, la paura del giudizio, ecc…. 

La predisposizione personale conta ma, se queste storie sembrano diventare sempre più comuni, dobbiamo essere in grado di formulare anche altre ipotesi. 

Oppure un problema sistemico ?

Ora facciamo riposare “the loneliest writer” e andiamo vedere la seconda notizia che riguarda il comportamento non di un singolo ma di un gruppo di persone. 

Chi è Gianni Mion ? Il manager che ha portato la famiglia Benetton oltre il tradizionale core business della maglieria. Colui che, insieme a Gilberto Benetton, negli anni ’80 ha intuito la straordinaria opportunità di partecipare alla privatizzazione delle aziende di Stato. Colui che era amministratore delegato della Holding del Gruppo Benetton durante l’operazione di acquisizione del controllo del concessionario Autostrade iniziatasi nel 1999 e conclusasi con l’OPA del 2003. Ora ha 80 anni, è in pensione e può guardare ai fatti avvenuti in occasione del crollo del Ponte Morandi dal punto di vista di chi è uscito da tutto e parla per se stesso. 

Durante il processo per il crollo, è stato interrogato come teste, e due giorni fa sono state riportate sulla stampa le sue parole in merito ad una riunione fatta 8 anni prima del crollo. Mion chiese chi certificasse la stabilità del ponte su cui c’erano già delle riserve, sembra, di tipo progettuale. La risposta del direttore generale di Autostrade fu: ce la autocertifichiamo. 

Un teste parla

“Che la stabilità dell’opera venisse autocertificata – ha detto il manager – per me era una c…, una stupidaggine e mi aveva fatto impressione. Dopo quella riunione avrei dovuto fare casino, ma non l’ho fatto. Forse perché tenevo al mio posto di lavoro”.

Mion all’epoca non si sentiva in grado di prendere posizione  in quanto preponderante era l’identità di membro di un gruppo su quella della persona. Un gruppo che si era preso il compito di gestire un servizio pubblico cardinale come la mobilità autostradale, ma a partire da una cultura imprenditoriale nata dal basso, dal piccolo, ovvero quella di avere come unico scopo il saper gestire al meglio un interesse privato, come risulta dalle intercettazioni telefoniche a processo in cui il manager padovano confida che “le manutenzioni le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo e meno facevamo… così distribuiamo più utili… e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti”,

Era un compito troppo grande per la cultura interna del Gruppo Benetton. 

Teorie dei Sistemi Complessi

Queste teorie, affermatesi nel secolo passato, sono valide sia che si applichino ai sistemi viventi individuali sia applicate a sistemi viventi collettivi o addirittura anche non viventi. Un umano, oppure una città, rispondono alle stesse leggi se analizziamo i loro comportamenti come sistema complesso. Sono sistemi composti da numerose parti, che devono lavorare con un certo grado di coerenza tra loro, per mantenere un funzionamento unitario.

Una delle proprietà dei sistemi è che, per nascere e sviluppare la loro complessità, devono essere aperti a scambiare materia ed energia verso l’ambiente pur continuando a proteggere i propri confini. Devono cioè trovare un equilibrio tra apertura e protezione di se stessi. Problematici diventano i comportamenti estremi, troppo aperti o troppo chiusi. Se, infatti, il funzionamento di un sistema esagera nel chiudersi su se stesso, in eccesso di protezione, non riesce più ad alimentare la sua stessa sussistenza, e tende nel tempo a generare “spontaneamente” dei processi autodistruttivi, fino all’implosione.

Autoreferenzialità: una parola chiave

Nel caso di Mion, dalle sue dichiarazioni si può desumere che il “sistema persona Gianni” è oggi capace di valutazioni corrette circa la gestione della Concessionaria dei servizi autostradali, tanto da dichiarare due giorni fa:

“Quello che sta facendo adesso Autostrade, tutti i controlli e le ispezioni, lo potevamo fare benissimo. Ma era un campo troppo difficile per noi. Eravamo autoreferenziali e impreparati a gestirlo”

Perciò il “sistema Gruppo Benetton”, in quel periodo, peccava di autoreferenzialità, cioè era un sistema il cui funzionamento era chiuso verso le esigenze dell’ambiente autostradale, a vantaggio degli obiettivi propri, massimizzare gli utili. 

”E io dissi subito dopo il crollo che bisognava chiedere scusa, sarebbe stato molto importante farlo. … Ma in quei casi poi intervengono le strategie, gli avvocati… E non solo le vittime, penso sempre a tutte le cose di cui mi sarei dovuto preoccupare e di cui non mi sono occupato. Io purtroppo non posso rinascere, ho finito la mia corsa, speravo che finisse meglio”

Succede, quindi, che l’identità di membro autorevole del “sistema Gruppo Benetton”, a quel tempo prende il sopravvento sul “sistema persona Gianni”, che solo oggi, uscito dal gruppo, può porsi il problema di non poter rinascere per cambiare il corso delle cose.

Sistemi di appartenenza che non si vedono

Di vicende di questo tipo ne è piena la Storia. L’identità di appartenenza ad una determinata collettività, quando fortemente marcata di ideali di fedeltà e lealtà, impedisce di fare delle scelte personali, anche quando ciò che si sta facendo è contrario ai valori di cui la persona si è fatta portatrice nel corso della sua esistenza. 

Ma nella lettera della Posta del Cuore ? Qui abbiamo la possibilità di riflettere che i sistemi collettivi a cui apparteniamo, e che influenzano le nostre scelte, sono più di uno o due. Non li possiamo identificare solo con la famiglia o l’azienda a cui abbiamo dedicato le nostre energie migliori per decenni. Anche il sistema di pensiero della generazione a cui apparteniamo è percepito come un vincolo di lealtà. Mion è figlio della sua generazione, nato nel 1943, con i genitori che sono passati attraverso due guerre mondiali, fame annessa. Il pensiero dominante di quella generazione era la ricostruzione, l’impresa privata, la promozione del benessere e la tensione legittima verso l’agognata ricchezza. Ma oggi?

L’incantesimo dello specchio

Il loneliest writer, e Gramellini stesso, trattano il problema come se fosse esclusivamente personale. Ma il sistema, in cui loro e noi siamo tutti immersi, è quello di essere viventi nel tempo corrente. Un tempo in cui, per fedeltà al gruppo della sua generazione, la persona deve essere devota prima di tutto alla costruzione della propria immagine ideale. Ovvero di un’identità conforme all’ideale del tempo corrente. Quindi, una persona competitiva sia su un piano materiale (carriera con ottime prospettive), estetico (sono un bel ragazzo), culturale (vita ricca di stimoli e interessi ed ho già vissuto in 6 paesi diversi a 29 anni). Ma nell’ideale corrente c’è anche il fatto che i legami relazionali stabili, se richiedono un compromesso con queste spinte competitive all’accrescimento infinito di sé (e lo richiedono sempre in una certa misura), sono pensati come negativi, vecchi, culturalmente retrogradi, invischianti, problematici, come sottolinea #Protectyourpeace. Sono svalutati perché fanno emergere la persona come bisognosa, fragile, immatura, addirittura infantile, unicamente perché ha bisogno di dare e ricevere affetto e non solo di sbrilluccicare di successi conseguiti ed ostentati. Il loneliest writer nasce a cavallo delle generazioni millennial e centennial, generazioni in cui il “legame” relazionale comincia ad apparire come luogo pericoloso. Comincia a traslare la sua essenza da sicuro valore a probabile disvalore. Ovvero una cultura delle relazioni che migra gradualmente verso un funzionamento autoreferenziale.  

Cosa c’è in comune tra le due notizie ? 

Quindi, tutta questa ricchezza di alti conseguimenti personali e sociali, che di per sé è certamente un valore, si ribalta nel suo opposto se si affaccia su un precipizio di se stesso. Su un vuoto di percezione della propria natura più intima. Ovvero, su non avere chiaro quali sono i propri desideri fondamentali e i bisogni più personali che ci legano e collegano agli altri esseri viventi, anche se nel tempo corrente non sono di moda. Quando la rincorsa alla propria immagine ideale, che pure è motore di progresso, diventa del tutto autoreferenziale, viene silenziata la natura più intima degli umani, che è profondamente relazionale. 

Così come costringe il loneliest writer a scrivere ad una anonima Posta del Cuore perché non si è dato il permesso di scegliere nemmeno una relazione personale a cui poter rivolgere una domanda di verità su se stesso.

Così come ci rammentano le tristi parole finali, ma  piene di calore umano e di verità, di Gianni Mion. 

Buon Universo a Tutti.

Written by: mind_master

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