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    Radio K55

Psicologia

Ma gli androidi sognano pecore elettriche ?

today11/02/2024 35

Background
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Sono tempi, questi, dove ogni giorno ne esce una nuova, in riferimento alla tecnologia intendo. 

Nei giorni scorsi c’è stato l’ennesimo annuncio di un progresso tecnologico importante. Viene dal solito Elon Musk ed è stato presentato al mondo sotto il nome di “Progetto Neuralink”. Si tratta di un chip wireless che viene impiantato nel cervello umano inizialmente per scopi terapeutici. Ovvero, per sostenere l’adattamento alla quotidianità sia nei casi di malattie del sistema nervoso come la sclerosi laterale amiotrofica, sia per chi si trova in uno stato di importanti limitazioni motorie strutturali, come le persone tetraplegiche, per esempio. 

 Infatti questo oggettino poco più grande di una moneta viene “installato” o “impiantato”, scegliete voi, nel cervello. 

Grazie alle tecnologie di micro chirurgia robotica sessantaquattro filamenti sottili più di un capello, che portano 1024 elettrodi, vengono collegati ad alcune aree del cervello, per esempio quelle che controllano l’intenzione del movimento. Grazie a ciò la persona può dirigere con il pensiero il movimento di una carrozzina elettrica o dare comandi al proprio smartphone o a software adeguato su qualsiasi supporto. Quindi, un collegamento neurale verso l’esterno del corpo. Ma anche il viceversa, ovvero verso l’interno. Attraverso dispositivi tipo Neuralink si potrà arrivare ad eccitare funzioni biologiche non più attive come ad esempio il moto di un arto nel caso di traumi alla colonna vertebrale.

Si potrebbe descrivere come un’interfaccia bidirezionale da e verso il cervello umano per prelevare segnali e per attuare delle azioni elettriche sul cervello stesso, come se avessimo una porta USB a disposizione del cervello. La novità di Neuralink rispetto ad altri interventi di neurotecnologie già largamente in uso in medicina (vedi pacemaker ed altri) è proprio il fatto che si possano trasportare bidirezionalmente notevoli quantità di dati. Non a caso il prodotto è chiamato Telepathy, telepatia. 

Non solo usi terapeutici

Tutto ciò ovviamente apre scenari di futuri impieghi di enorme vastità, tipo applicazioni terapeutiche a supporto del morbo di Alzheimer o del Parkinson. Ma non solo terapeutiche. L’apertura verso il sistema nervoso umano e contemporaneamente verso l’esterno ha delle ricadute potenziali immense. Quell’esterno che a sua volta è già un “cervello elettronico” che avvolge ormai tutta la vita umana, fatto di basi dati, reti, collegamenti, flussi informativi. Occorre solo creare le applicazioni adatte per sfruttare l’enorme potenzialità di questa porta neurale aperta sulla circolazione di tutte le informazioni digitalizzate o digitalizzabili che diverranno accessibili per via “telepatica”. 

Potremo distinguere, un domani, se le cose che vengono dette da una persona nascono dalla sua esperienza, dal suo pensiero critico e creativo, oppure da una connessione real-time ad una base dati specialistica e con l’ausilio dell’intelligenza artificiale? Boh !

Certo gli umani sono  ancora solo all’inizio, molto lontani da tutto ciò, ma “lontani” siamo sicuri che sia la parola più corretta?

Inoltre, immaginate questa scena. Vi lavate i denti, vi mettete il pigiama, bacio e buonanotte al vostro partner e poi dopo aver messo la testa sul cuscino attaccate ad un punto del vostro cranio il connettore apposito che esce dal cuscino supertecnologico per ricaricare l’oggettino di cui sopra, la moneta prodigiosa insomma. Così da cominciare la giornata seguente “carichi” nel vero senso della parola. Simpatica vero?

Per qualcuno sicuramente sì, per altri meno. Per i sì vale la pena di citare una recente elaborazione del pensiero filosofico dei terrestri.

Chi ha paura del Transumanesimo ?

Questa parola si è fatta strada a partire dagli anni ‘80. Max More, uno dei padri del Transumanesimo, lo ha definito come quella classe di filosofie che, tramite la tecnologia e la scienza, ricercano la continuazione e l’accelerazione dell’evoluzione di “una vita intelligente” al di là della sua forma umana e delle sue limitazioni.

Sul tema, dal sito AI4Businness leggiamo un articolo di Flavia Maltoni di due anni fa (ben prima di Neuralink) che così scrive:

“L’ambizione finale del transumanesimo, quindi, è la realizzazione di un upgrade dell’Homo sapiens, nonché la progressiva liberazione dai limiti determinati dalla corporeità. Per realizzare questo scopo, è necessario il compimento di un processo di ibridizzazione delle caratteristiche e componenti biologiche umane con le macchine grazie alla tecnologia e alle nuove scienze come la biorobotica, la bioinformatica, la nanotecnologia e la neurofarmacologia”.

Ma il tema era stato ampiamente riflettuto già prima che Max More dicesse la sua. Come già detto negli articoli precedenti, vedi “Solo gli ottimisti cambiano il mondo”, alcuni umani più sensibili sono capaci di anticipare, in forma artistica narrativa, le cose che stanno per accadere di lì a poco sul pianeta grazie alle licenze concesse loro dalla fervida fantasia. Una fantasia, quella umana, che non si riscontra uguale nelle popolazioni aliene di tutte le altre galassie.

Nell’immaginare una ibridazione di uomo e tecnologia, poi, ci sono numerosissimi esempi. Prendiamo spunto dal più famoso di essi. 

Do Androids Dream of Electric Sheep?

Questo, in lingua originale, è il titolo che abbiamo usato per il presente articolo. E’ tratto da un romanzo di fantascienza del 1968 di Philip Dick, ambientato nella Los Angeles del futuro. Ma Dick come scrittore ebbe molto più successo con altri romanzi, per esempio “Ubik” e “La Svastica sul sole”, considerati capolavori della letteratura fantascientifica. Questo romanzo, quindi, sarebbe rimasto sconosciuto ai più se il produttore cinematografico Herb Jaffe non avesse avuto l’idea di rilevarne i diritti incaricando il regista Ridley Scott di farne un film. Nacque così uno dei migliori film di fantascienza di sempre: “Blade Runner”. 

Tra libro e film ci sono molte differenze. All’inizio Dick era molto scettico sull’idea di farne un film, ma poi si appassionò senza peraltro poterne vedere la versione ultimata perché morì prima della sua uscita nelle sale. Aldilà delle differenze narrative, che poi si sono moltiplicate anche al livello filmico producendo fino a sette diverse versioni o finali della stessa storia, c’è pero una concordanza tra libro e film sia di atmosfere che di domande sui temi centrali dell’umana esistenza. 

Il film è categorizzato come un “noir” o meglio un neo-noir, perché ambientato nella post-modernità. 

Los Angeles dopo le guerre nucleari

Philip Dick rimase molto colpito dal set cinematografico, che a suo dire era stato costruito esattamente come lui aveva immaginato l’ambientazione del romanzo. Le atmosfere del film sono studiate per generare una forte sensazione di vuoto e di isolamento, che contrastano con il sovraffollamento caotico e l’inquinamento claustrofobico in cui si trova Los Angeles. La città è perennemente avvolta dalla nebbia prodotta dall’inquinamento, che offusca il Sole e produce una pioggia continua. Le strade, rese luride dalla pioggia, sono piene di veicoli e di persone di ogni etnia.

Chi può si trasferisce nelle colonie extramondo, mentre sulla Terra rimangono coloro che sono stati scartati, perché malati, o coloro che non possono permettersi il viaggio. La vita animale e vegetale è pressoché scomparsa: quasi tutti gli animali e le piante in circolazione sono sintetici.

La trama si svolge sulla possibilità di riconoscere ed eliminare i Replicanti, androidi organici simili e anche superiori agli umani per qualcosa. Ma progettati ognuno con una ben precisa data di scadenza a quattro anni per evitare che abbiano il tempo di sviluppare emozioni proprie e che si possano ribellare ai loro creatori umani. Cosa che inevitabilmente succede.

Mi emoziono quindi sono un androide ?

Dick per sua stessa ammissione, riteneva che tutta la sua narrativa era fondata sulla distinzione tra realtà ed illusione. In particolare su due domande centrali: “Che cosa è reale?” e “Che cosa è umano?”. Le due questioni si intrecciano in una sola in tutte le sue opere, dove il senso di realtà è sempre in bilico. I suoi protagonisti spesso scoprono che loro stessi o i loro cari sono segretamente robot, alieni, esseri soprannaturali, sottoposti a lavaggio del cervello, spie, morti o una combinazione di queste possibilità.

Nella storia in oggetto, per scoprire se un soggetto è umano o è un replicante ribelle da “ritirare”, lo si sottopone a un test che consiste in un interrogatorio condotto con un oculare puntato sull’occhio, in cui vengono poste domande pensate per suscitare forti reazioni emotive. In questo modo i replicanti tradiscono la loro natura con improvvise dilatazioni e contrazioni della pupilla, essendo incapaci di controllare le emozioni in quanto privi di esperienze di vita vissuta, che invece caratterizzano ogni essere umano. 

In altre parole Philip Dick svolge la sua ricerca sul confine di un dilemma esistenziale che si presenta in modo paradossale:

Chi non riesce a controllare le emozioni è un androide, chi le controlla fino a riuscire a negarle è un umano. 

La realtà non è mai come appare

Tutta la storia di Blade Runner a ben vedere si sviluppa su questo paradosso. Gli unici gesti di solidarietà umana compiuti sono ad opera degli androidi: Rachael salva Deckard, Roy Batty piange Pris morta, Roy Batty risparmia la vita a Deckard piangendo molto umanamente il dolore della propria fine con le ormai famosissime parole:

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi “B” balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» 

Ma anche Deckard che scappa con Rachael per salvarla e riuscire ad amarla. Infatti, il protagonista, il poliziotto in cui lo spettatore/lettore si identifica, Rick Deckard, si svela alla fine essere un androide lui stesso.

All’opposto, quasi tutti gli umani autentici, Tyrel, Briant, Gaff, Holden,  si esprimono con freddezza, razionalità e calcolo.

Nel romanzo, più ancora che nel film, particolare accento è posto sull’impossibilità di distinguere il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo, l’umano dal non umano, il vivo dal morto. Nel romanzo,  gli uomini, grazie ad una speciale macchina (il modulatore di umore Penfield), possono decidere quali sentimenti provare, funzionando proprio come macchine, a loro volta. Addirittura, molti personaggi vivono nell’incertezza tormentosa di essere androidi piuttosto che umani. Ma gli umani si comportano in modo disumano, gli androidi sono  capaci anche di umanità. La realtà non è mai come appare. 

Dare la morte come esorcismo della morte dell’anima

Quando gli umani non accettano la propria limitatezza e finitezza si disumanizzano.  L’unico uomo capace di provare compassione nel film è Sebastian, ma perché si confronta da sempre con il limite della sua malattia genetica che lo fa invecchiare precocemente e lo costringe ad accettare il limite della sua esistenza. All’opposto, l’androide Roy Batty quando accetta di dover morire può superare il desiderio di vendetta e risparmiare la vita del suo avversario. Di nuovo, tutto il racconto è incentrato sul modo in cui gli uomini gestiscono la consapevolezza della loro finitezza e della malvagità che questa suscita. Sul modo in cui accettano di avere anche loro, in fondo, una “data di scadenza”, esattamente come gli androidi. La storia del romanzo racconta che si uccide per esorcizzare la morte stessa. Avere potere di vita o di morte su qualcuno esorcizza l’impotenza di fronte alla prospettiva della propria morte futura, o peggio ancora, della propria non vita presente. Gli androidi DEVONO essere uccisi altrimenti l’uomo dubita di sé stesso. Di essere quello giusto, quello buono, quello autentico. In ultimo, quello vivo.

Il Transumanesimo prometeico

Su tutto, troneggia la tecnologia, come fuoco prometeico, che nelle sue promesse di potere inebria di onnipotenza gli umani e li convince gradualmente della natura semidivina della loro essenza. Tyrell si comporta come fosse un Dio.

Questa è la minaccia vera di cui Dick ha sempre trattato nei suoi romanzi e che Blade Runner esprime compiutamente. La volontà di potenza degli umani porta all’ibridazione delle popolazioni umane con la conseguenza di creare incertezza e conflitto tra umano e non umano. Torniamo perciò all’articolo di Flavia Maltoni sul transumanesimo, che ibrida umano e tecnologico, anche se limitato all’individuo: 

“Questo processo di ibridizzazione si può concretizzare nell’installazione di componenti artificiali e tecnologiche nel corpo biologico dell’essere umano al fine di potenziarlo sino a poter giungere, poi, alla completa sostituzione del corpo biologico con uno tecnologico. A sua volta, l’abbandono del corpo biologico potrebbe essere realizzabile attraverso il c.d. ‘mind uploading’, ossia attraverso lo scaricamento dei dati e delle informazioni della mente umana che finirebbero, poi, “caricati” su un supporto robotico. Si ipotizza, persino, di poter arrivare a caricare il cervello umano direttamente nel cloud.” 

Ecco il punto. Le emozioni personali vanno nel Cloud così come nel film venivano impiantati i ricordi falsi nella memoria degli androidi per renderli più stabili. Ma  dopo, i terrestri saranno ancora umani, oppure androidi, oppure qualcosa d’altro?

Il Cloud è dunque il vero extramondo ?

Il progresso tecnologico, nel pensiero di Philip Dick, non fa quindi paura perché ibrida l’umano con il non umano. Fa paura perché il desiderio di espandere i confini della vita umana inebria a tal punto l’uomo da fargli perdere il senso del limite. L’illusione di superare questi limiti comporta la progressiva incapacità di provare solidarietà verso gli altri esseri viventi. Di riconoscersi tragicamente, ma anche umanamente, appartenenti tutti alla stessa condizione di finitezza. il film racconta che nella Los Angeles del futuro non ci sono più animali, ma soprattutto, che gli umani non sono più umani.

In conclusione, il problema non è Neurolink, i cui sviluppi porteranno, speriamo, anche un poco di fortune nel futuro dei terrestri. Il problema è come reagisce la loro psiche  alle suggestioni di onnipotenza che il progresso tecnologico suscita nella loro immaginazione.

Buon Universo a Tutti.

Written by: mind_master

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