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Quel naso triste da italiano allegro

today01/06/2024 54 3

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Quel naso triste da italiano allegro

Eccoci di nuovo a parlare di nasi. Qualche articolo fa avevamo parlato del naso del personaggio pirandelliano di Gengè, utile spunto per riflettere su un conflitto naturale in cui ogni umano si trova immerso fino al collo. Ovvero, il conflitto tra il senso di alienazione da se stessi che accompagna lo sforzo di raggiungere un pieno inserimento nella propria comunità di appartenenza e, all’opposto, il senso di isolamento che deriva dalla ricerca di uno stile di vita senza compromessi, finalizzato a esprimere il proprio sé più autentico. O almeno averne l’illusione, ammesso che esista un sé totalmente “autentico” da qualche parte. Abbiamo anche riflettuto su come sia difficile trovare l’equilibrio tra queste due istanze opposte, specialmente nell’epoca attuale in cui i diritti individuali e la libertà personale sono idolatrati come valori irriducibili.

Il naso a cui ci appenderemo oggi, sperando che ci porti ispirazione, scusate il gioco di parole, è quello di Gino Bartali. Lo vedete rappresentato nell’immagine di copertina dell’articolo. Un’immagine di fantasia alle prese con una salita in montagna, una delle prove epiche delle grandi corse come il Giro o il Tour de France, da Bartali vinte più volte.

L’immagine si presta a suscitare sensazioni contrastanti rispetto al 107esimo Giro d’Italia appena concluso il 26 Maggio scorso con la vittoria dello sloveno Tadej Pogačar.

Così come si prestano le parole della canzone di Paolo Conte a Bartali dedicata:

Da quella curva spunterà

Quel naso triste da italiano allegro

Tra i francesi che si incazzano

Tra i giornali che svolazzano

Contrasto è bello

I contrasti ci permettono di vedere cose che altrimenti rimarrebbero nascoste sullo sfondo delle inerzie quotidiane. Bartali e Pogačar ci permettono di riflettere sui cambiamenti intervenuti dal dopoguerra ad oggi.

A quel tempo, nella prima metà del secolo scorso, il ciclismo sportivo, come fenomeno culturale di massa, in alcune nazioni era capace di suscitare entusiasmi anche maggiori del calcio, la cui passione si affermò largamente solo dopo gli anni 50 fino ad imporsi su ogni altro sport.

Le corse ciclistiche come il Giro o il Tour erano eventi nazionali, seguiti da milioni di appassionati attraverso la radio e, successivamente, la televisione. Le strade si riempivano di tifosi che accorrevano per vedere i loro eroi in azione. Le gesta dei ciclisti erano narrate dai giornalisti con toni epici, contribuendo a creare una mitologia attorno ai campioni.

La Svolta consumistica

Lo sport originariamente nasce dal gioco, dal divertimento che scaturisce in età giovanile nel libero confronto tra le diverse abilità umane, fisiche e mentali. Di questo carattere ludico si dà evidenza anche nel fenomeno del tifo. I tifosi sono adulti, che possono regredire temporaneamente a modalità di espressione marcatamente infantili, per trarre ristoro rispetto alla serietà caratteristica del mondo del lavoro nelle società industriali e post-industriali.

In seguito all’aumento della passione per il ciclismo, il calcio e l’atletica, i cui eventi erano a quei tempi distribuiti dai media a titolo quasi gratuito, lo sport agonistico in generale ha sviluppato una relazione sempre più stretta con la vendita a prezzi crescenti di sofisticati spettacoli sportivi. Ciò ha portato ad una forte crescita degli interessi economici fino all’emergenza dei fenomeni di doping.

Succede quindi che negli anni ’60 e ’70, l’uso di anfetamine si è diffuso negli sport agonistici fino a quando è stato chiaro che stava portando grossi rischi per la salute degli atleti. Poi, nel ciclismo in particolare, si è diffuso a partire dagli anni successivi l’uso di steroidi anabolizzanti e la pratica dell’EPO, ovvero il doping ematico ottenuto con trasfusioni poco prima della gara per aumentare le capacità aerobiche. Al punto da far dichiarare al plurivincitore del Tour de France, Greg Lemond, che i ciclisti che utilizzavano il doping sembravano andare in motocicletta. Al punto da lasciare non assegnati i Tour dal 1999 al 2005 perché, sia il vincitore Lance Armstrong che taluni secondi o terzi arrivati, si sono rivelati pienamente coinvolti nelle pratiche di doping.

Lo sport ritrovato

Oggi le cose sembrano andare diversamente. La lotta al doping si è fatta più stringente e la percezione che si trae è per un ridimensionamento notevole di queste pratiche. Ad esempio, secondo una ricerca di Lanterne Rouge del 2023, risulta che nel 2004, il 4,6% dei campioni testati risultava positivo, mentre nel 2021 questa percentuale è scesa allo 0,71%, nonostante un numero maggiore di test effettuati.

Da Bartali a Pogačar c’è stato tutto questo ma anche tanti altri cambiamenti:

  • I materiali, si è passati dall’alluminio al Carbonio più leggero;
  • l’aerodinamica, grazie all’uso delle Gallerie del Vento;
  • i cambi elettronici e il computer di bordo;
  • gli allenamenti basati sull’analisi dei dati al computer;
  • gli specialisti della nutrizione, eccetera eccetera.

Ce n’è uno però di cui si parla poco o niente. Un cambiamento che è avvenuto nel silenzio ma che forse è il più significativo di tutti.

Per introdurre all’argomento dobbiamo fare riferimento a un’antica credenza delle culture italiche formatasi agli albori della civiltà romana.

Il genius loci

Le antiche popolazioni che abitavano la regione centrale della penisola italica, avevano credenze animistiche, ovvero attribuivano vita e potere spirituale ad elementi del mondo naturale.

Gli Etruschi, i Latini, gli Umbri, i Sabini veneravano gli spiriti protettori dei luoghi naturali e anche di quelli costruiti, come le foreste, i fiumi, i crocicchi delle strade.

L’erede di queste credenze diventò in epoca romana il Genius Loci. I Romani credevano che ogni luogo, sia naturale che costruito dall’uomo, avesse un proprio genio, uno spirito, che ne influenzava il carattere e la prosperità. Si invocava la protezione dello spirito del luogo costruendo Piccoli altari o statue a questo dedicati davanti cui si svolgevano rituali e si portavano offerte.

Questo concetto rifletteva una visione del mondo in cui gli esseri umani vivevano in stretta interazione con le forze spirituali del loro ambiente. Allora si credeva che il benessere dell’uomo fosse in relazione con qualcosa posto aldilà dell’uomo. Qualcosa, inoltre, di cui l’uomo aveva un controllo assai parziale come dimostravano i rituali propiziatori, intrisi di speranze e non di certezze.

La perdita di contatto con lo spirito dei luoghi

Il percorso di conoscenza compiuto nel tempo dagli umani ha spazzato via le credenze animistiche come il Genius Loci dei Romani. La luce della ragione illuministica ha sancito quali sono i confini dove cercare ogni spiegazione. Il benessere dell’uomo arriva nell’attualità a identificarsi con l’esperienza di uno stato di salute fisica e psichica, ovvero coincide con il benessere esclusivo dell’individuo. Si compie così una perdita di contatto con il luogo dove l’individuo trae i suoi mezzi di sussistenza e anche il significato del suo essere parte di un tutto. Un tentativo di raccontare questa perdita di contatto dei luoghi è descritto nel romanzo “Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati, di cui abbiamo già parlato nell’articolo Sapete cos’è lo SCoPEx?.

Benvenuto, giovane protagonista del romanzo, può essere preso a paradigma dell’uomo moderno che, nel suo crescere, perde contatto con lo spirito dei luoghi in cui è cresciuto. Il suo amico, Vento Matteo, nelle ultime pagine lo saluta con queste parole prima di dissolversi in cielo:

Tu domani sarai molto più forte. Domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti. Anche se io rimanessi, non potresti, di quello che dico, intendere più una parola. Udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscio, rideresti anzi di queste cose.

Psiconalisi del genius

Se nell’attualità volessimo provare a risuscitare il Genius Loci, non basterebbe più identificarlo con lo spirito di una foresta, di un fiume, di una casa. Ovvero, i “luoghi” per eccellenza nell’Europa ricoperta da foreste dell’epoca pre-romanica. Occorrerebbe identificare il Genius Loci con lo spirito espresso nella cultura e nelle tradizioni di popoli radicati in un determinato luogo. Perché nell’attualità l’animismo è stato sostituito dallo psichico, il cultuale dal culturale. D’altronde il termine Psiche in Platone è tradotto come anima anche se l’uso che ne fa è molto diverso dall’attuale. Nel corso della sua storia l’uomo ha dovuto far uscire l’irrazionale dalla porta di casa sua e perciò deve rifiutare le forme del pensiero animista, ma ha potuto farlo rientrare dalla finestra grazie a Sigmund Freud. “L’Io non è padrone in casa propria” ovvero, il concetto di volontà inconscia, degli individui e dei popoli, permette di parlare delle passioni umane senza sentirsi necessariamente pazzi. La passione è lo spirito degli umani moderni, il genius che ancora si può tollerare. Ciò che “anima” l’uomo e lo spinge a impegnarsi in attività non utilitaristiche e non razionali, come il tifo ad esempio. Guarda caso, molti tifosi svolgono i loro personali riti propiziatori davanti all’altare televisivo prima di uno spettacolo sportivo.

D’accordo ma il ciclismo ?

Senza il genius del tifo non ci sarebbe né il ciclismo né il calcio, paradossalmente oggi dominati dal criterio dell’utile e del razionale, come evidente dall’uso di algoritmi nello sport di cui abbiamo parlato due articoli fa. Quindi lo spirito che anima il tifoso non è razionale, ma è molto più reale di tante altre cose ritenute massimamente reali ma che poi si rivelano inconsistenti al passare del tempo. E se il genius è legato ai popoli, i popoli sono legati ai luoghi. Eccolo di nuovo il genius loci.

Fausto Coppi e Girardengo erano Piemontesi, Bartali era toscano. Il ciclismo negli anni ’40 è il frutto delle culture sviluppatesi nelle grandi pianure europee. Italia, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Spagna.

La bicicletta faceva parte dunque del genius italico degli anni 40. Basta guardare la rappresentazione che ne dà il film del 1948 “Ladri di biciclette” per comprendere come questo mezzo occupasse un posto centrale nello spirito italico del tempo, da un punto di vista sia simbolico che esperienziale. Le vicende del film di De Sica non sono legate al valore materiale della bicicletta rubata ma al suo valore funzionale. La funzione di consentire la piena appartenenza di un membro alla sua comunità. Potremmo dire quindi al suo valore psichico, ovvero spirituale.

La bicicletta ha perduto l’anima ?

Ne 107esimo giro d’Italia ha vinto un ciclista sloveno che è il ciclista di punta della squadra UAE Team Emirates. La squadra degli Emirati Arabi Uniti, oggi la seconda squadra mondiale di ciclismo per grandezza, si formò nel 2017 dalle ceneri della fusione di due squadre italiane, la Saeco e la Lampre, un tempo sponsorizzate da aziende italiane dell’indotto della piccola e media industria italiana. Nel 1946 le prime squadre di ciclismo erano tutte italiane o francesi. Bianchi, Legnano, Atala, tanto per fare qualche nome. Oggi non c’è una squadra italiana nelle prime dieci più importanti. Come è possibile che il genius loci del ciclismo arabo abbia prevalso su quello italiano ? In luoghi dove andare in bicicletta non è popolare, tra caldo e tempeste di sabbia.

La spiegazione di questa stranezza è riportata nel sito arabamerica nel modo che segue :

“Una squadra (estera) può offrire più di una squadra del proprio paese di origine, perché capace di sottoscrivere contratti più vantaggiosi con sponsor ed attrarre così le stelle del ciclismo da nazioni che non hanno le stesse caratteristiche. La UAE e il Bahrain sono alcune tra le più sane, nazioni del mondo arabo”.

Ancora un omaggio all’individuo, un individuo nazione più che individuo persona, ma il risultato è lo stesso. La pressione all’eccellenza nella dimensione individuale distacca i valori e le persone dai luoghi che hanno permesso la loro nascita e il loro sviluppo. Il genius loci è diventato un insignificante fruscio, che non serve più omaggiare ma di cui resta solo da ridere, come ci ricorda Buzzati.

Nel calcio e negli altri sport di punta è uguale, quindi si tratta di una tendenza evolutiva generalizzata delle attuali culture umane.

La rinascita del Genius Loci

Occorre però riflettere che questo distacco di un valore spirituale o psichico dalle sue origini non è da considerare solo come una perdita. Come abbiamo visto nell’articolo dedicato alla Foresta Oscura del web, il tempo attuale potenzialmente mette ogni essere umano in grado di far circolare le sue produzioni creative, ben al di fuori della sua comunità di nascita e appartenenza, con estrema facilità grazie al web e questa è una rivoluzione culturale dalla portata enorme. Anche la Creator Economy è animata dalla passione degli umani, ancora una volta, dal genius.

Per coincidenza è stata usata la metafora della Foresta Oscura per indicare la sede di questa rivoluzione creativa. Come se il genius loci si fosse trasferito dalle immense foreste pre romaniche all’altrettanto immensa foresta del web. Come se il Locus si fosse trasferito da un angoletto di natura al Mondo intero, cominciando dal World Wide Web per proseguire con una consapevolezza crescente delle tematiche ambientali e sociali, nell’inarrestabile spinta a globalizzare ogni fenomeno delle genti umane contemporanee.

A dispetto delle imperanti ed esasperanti tendenze individualistiche possiamo anche constatare che ci sono delle tendenze di ritorno per mettere il particolare in relazione con il tutto e l’uomo in relazione con l’ambiente che lo ha generato. Dall’inizio del 21esimo secolo ha infatti preso forma il concetto di One Health, con il supporto di organizzazioni mondiali come OMS, OIE e FAO.

One Health come spirito guida del tempo?

Si tratta di una formulazione che mira a migliorare la salute globale attraverso un approccio collaborativo e interdisciplinare che riconosce lo stretto collegamento tra esseri umani, animali e ambiente.

Ci si è resi conto che gravi problemi attuali come le epidemie causate dalla trasmissione di virus dal mondo animale all’uomo, oppure come la resistenza agli antibiotici, e in generale tutti i grandi problemi ambientali che minacciano le diverse forme di vita terrestri, umani compresi, possono essere risolti solo con la presa in carico di tutte le variabili che sono alla base della salute degli ecosistemi naturali. Ad esempio la biodiversità, la sostenibilità delle attività umane, e la limitazione delle attività inquinanti a cominciare dalla CO2. In altre parole bisogna ritornare ad avere un rapporto con lo spirito dei luoghi anche se con gli strumenti di oggi.

Ma forse, l’umanità, attraverso mille guai e disarmonie, sta inconsapevolmente evolvendosi per ritornare alla sostanza delle antiche conoscenze sapienzali.

Infatti, il famoso libro del fisico Fritjof Capra intitolato “il Tao della Fisica” ha già compiuto 50 anni ma non è invecchiato nei contenuti. Anzi è diventato sempre più attuale nel suo mettere in corrispondenza le conseguenze della visione del mondo introdotta dalla fisica moderna, relatività e meccanica quantistica, con la sapienza dei tempi antichi, ecco alcuni brani:

“la fisica ci porta oggi a una concezione del mondo che è sostanzialmente mistica, in qualche modo essa ritorna alle sue origini, a duemilacinquecento anni fa”…..”Lo spirito di oggi afferma l’unità e l’interdipendenza di tutti i fenomeni e la natura intrinsecamente dinamica dell’universo”.

Insomma, se nei prossimi giorni, facendo un giro in bici per le campagne italiche, incontrate un altarino tipo questo che vedete nell’immagine a fianco, se avete un attimo di tempo e soprattutto se nessuno vi vede, fatele due preghierine propiziatorie per il pianeta. Vedrete che il Genius Loci vi ascolterà.

Buon Universo a Tutti.

Written by: mind_master

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