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    Radio K55

Psicologia

Titani e Dei

today28/06/2023 98

Background
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Allora, la scorsa settimana accade un fatto strano: alcune persone vogliono andare a vedere i resti di una catastrofe in cui molte persone, a loro perfettamente sconosciute, sono finite tanti anni prima in fondo all’oceano. Nel farlo, generano una nuova catastrofe, in cui muoiono schiacciati come formiche, finendo anche loro in fondo all’oceano e confondendo i propri resti con i resti della precedente catastrofe. 

C’è qualcosa di sconcertante in questa catastrofe al quadrato. 

Il mezzo usato, un batiscafo, per scendere a 3800 metri di profondità, doveva essere chiuso imbullonato dopo l’entrata dei sei occupanti, perché una porta stagna sarebbe stata un punto vulnerabile vista l’alta pressione. I sei occupanti hanno scelto comunque di spendere ciascuno circa 250 mila dollari per farsi sigillare in un barattolone di tot metri per tot (pochi), accettando comunque un importante dose di rischio, come testimonia anche la liberatoria che avevano firmato nei confronti dei responsabili di questo servizio di “andiamo a vedere la catastrofe”.

Una catena di misfatti

Non bastava che quel punto dell’oceano avesse portato così tanta sfortuna a circa 2300 persone e la morte a circa 1500 di esse. Non bastava il fatto che il Titanic, la massima espressione della tecnologia navale del tempo ed il più grande e lussuoso bastimento del mondo, fosse soprannominato “l’inaffondabile”. Per poi affondare proprio nel suo viaggio inaugurale come una nemesi della natura alla tracotante sfida titanica posta alle forze dell’oceano. Una sfida persa, esattamente come i Titani della mitologia greca. La loro ribellione contro gli dei dell’Olimpo rappresentava la lotta per il controllo e la dominazione della natura stessa ma perdettero e finirono sprofondati nel Tartaro, invece che nell’oceano. 

Non bastava che la costruzione del Titanic fosse stata funestata da diversi incidenti. Vennero registrati 246 feriti, 28 dei quali “gravi” (braccia amputate da macchine o gambe schiacciate sotto la caduta di pezzi di acciaio); sei persone morirono sulla nave stessa mentre veniva costruita e allestita e altre due persero la vita nelle officine e nei capannoni del cantiere navale. Poco prima del varo un operaio venne ucciso da un pezzo di legno cadutogli addosso.

Non bastava che il batiscafo si chiamasse pure Titan, che fosse un prototipo e che fosse alla sua quinta missione con un possibile problema quindi di “fatica” dei materiali sollecitati dalle missioni precedenti. 

Però in compenso sappiamo che adesso, il prossimo tour di batiscafi nella profondità dell’oceano, avrà a catalogo pure la visita ai resti del Titan. Come in un lugubre gioco di Matrioske delle catastrofi. Ora aspettiamo tra qualche anno la produzione di un film con Leonardo Di Caprio come protagonista e il quadro è completo.

Questi terrestri sono proprio strani!

Sullo sfondo di questi comportamenti strani c’è il rapporto degli esseri umani con la morte, soprattutto con la morte da incidente, quella “innaturale”, ammesso che la morte si possa definire innaturale, ma forse no. Forse la morte, anche quella violenta, viene considerata innaturale solo quando ci si distrae molto, dimenticando l’enorme fragilità della vita umana sul piano individuale.

Per capirci qualcosa siamo andati a spulciare sul web e abbiamo trovato sulla rivista Scienza e Filosofia un articolo del 2021 a firma del filosofo Delio Salottolo che ci può aiutare.

Pornografia della Morte.

In questo articolo, l’autore fa riferimento ad un precedente studio del 1955 a firma del sociologo inglese Geoffrey Gorer che si intitolava “La pornografia della morte”. Uno studio che viene definito come il canone interpretativo della percezione della morte nella contemporaneità. Salottolo, da questo studio riporta: “se nell’età vittoriana i soggetti innominabili erano l’atto sessuale e la nascita e così si sviluppava la pornografia (mentre la morte non era soggetta a un regime di invisibilizzazione e dunque non era ‘pornografica’), a partire dal ventesimo secolo si ha un cambiamento di atteggiamento e di visibilità”

Prosegue Salottolo citando Gorer:

“La pornografia della morte funziona dunque in questo modo: la sanità pubblica e l’evoluzione della scienza e della pratica medica hanno reso la morte naturale un fenomeno quanto mai raro – si muore sempre e comunque a causa di qualcosa – e la stessa prassi ha quasi del tutto cancellato la morte casalinga. Contemporaneamente la morte violenta … ha giocato un ruolo sempre più importante nelle fantasie offerte dai mass media”

Il termine pornografia, estrapolato dalla sua origine sessualizzata, ha comunque senso perché, in generale, l’aspetto innominabile di una qualsiasi esperienza umana, in quanto spaventoso, tende a caricarsi di molte fantasie private, più o meno realistiche, dove l’orrore, il senso di colpa e anche un certo grado di piacevolezza si fondono e confondono tra loro. 

Alcuni parlano di “perversione” o di “morbosità”, termini intrisi di disprezzo. Ma in realtà la capacità degli umani di ridurre il contenuto angoscioso di un’esperienza o di un’idea, “sverniciandolo” di un’energia eccitabile, quindi anche attraente, è una comune strategia di adattamento alle paure che si applica fin dall’età evolutiva. Un noto esempio: le fantasie erotiche più private mettono frequentemente insieme immagini molto contraddittorie, dove angoscia e piacere sono strettamente e simbolicamente intrecciate.  Ovviamente questi sentimenti di interesse e di vaga eccitazione verso tutto ciò che presenta aspetti innominabili e angosciosi, come le catastrofi ma non solo, possono essere considerate modalità adattive fino a che rimangono entro certi limiti. Oltre, quando gli aspetti eccitatori si fissano a dei particolari, diventando totalizzanti e rigidi, allora ha senso pensare a modalità psicopatologiche.

La morte dunque, diventando invisibile e innominabile, e quindi non trasformabile sul piano simbolico e sociale, si carica di un potenziale di gratificazione fantasmatica di tipo eccitatorio, l’orrore che respinge ma anche attrae.

Pornografia della catastrofe

Ma ora vediamo le tesi di Salottolo, che a partire da queste premesse, introduce una visione aggiornata a circa 70 anni dopo lo studio di Gorer:

“La rappresentazione di una catastrofe a venire, pur essendo oggi una vera e propria rappresentazione collettiva, viene vissuta individualmente e non viene elaborata simbolicamente e socialmente, pur diffondendosi nel mainstream dell’industria culturale. Nella Modernità, quanto accaduto per il corpo individuale, oggettivato e parcellizzato dal sapere medico, è avvenuto per il corpo collettivo”. 

Ovvero, la carica eccitatoria, conseguente all’invisibilizzazione della morte individuale, si protende verso la morte collettiva, che in forma di catastrofe, viene continuamente offerta e amplificata dalle rappresentazioni massmediatiche, sia nella realtà delle cronache sia nelle possibilità future (vedi il tema della previsione di catastrofi ambientali). Succede, quindi, che la ribellione della natura al controllo della cultura si ammanti di un particolare e oscuro fascino. Il grande Titanic, l’inaffondabile, e tutti i suoi ricchi e potenti passeggeri, sul fondo dell’Oceano. Come resistere a questo spettacolo ? Continua Salottolo:

“La catastrofe diviene nella Modernità, un attrattore perché permette di “incantare” nuovamente il mondo e di inserire la natura all’interno di una dinamica di senso “significativa” per l’esperienza esistenziale umana: la natura non è qualcosa di cui semplicemente possiamo disporre, grazie all’intelligenza tecnica e tecnologia… ma il suo ritorno in forma di catastrofe rappresenta esattamente “il ritorno del rimosso” che preme lungo il bordo inferiore della coscienza. La catastrofe attrae perché mostra la potenza della natura contro ogni forma di dominio tecnocratico”

Sembra che sia ancora in corso una lotta tra Titani e Dei.

L’estetica della catastrofe

Vi ricordate quanto scritto nel recente articolo riguardante la Street Art e del quadro dello street artist Sinao chiamato “Toreador” in cui si vede un Torero che sfida un rinoceronte ?

Un soggetto ben rappresentativo di quanto sostiene Salottolo che, citando lo storico Francois Walter e il suo studio del 2008 sulla storia culturale delle catastrofi, prosegue così:

“l’estetica della catastrofe scava nelle contraddizioni moderne della rappresentazione della natura e della sua relazione con la cultura… La natura è libertà e manifestazione di un “incanto estetico che trascende i limiti del determinismo, mentre la cultura è normatività sociale e soffocante, assenza di libertà ed espressione”

Allora l’estetica della catastrofe rimandata ed amplificata dai media, potrebbe avere un valore ecologico nella misura in cui la natura non emerge più solo come oggetto da sfruttare ma come un soggetto che interferisce con l’umano per inventare una nuova convivenza esistenziale. Continua però Salottolo:

“Ma il valore ecologico della catastrofe rimane impigliato nella rappresentazione pornografica di essa, che lo privatizza e lo rende inattendibile simbolicamente e socialmente” Ovvero, la possibile riflessione sociale e politica di tipo ecologico che l’estetica della catastrofe potrebbe favorire, si disperde nel valore eccitatorio individuale delle rappresentazioni massmediatiche.

La difficoltà di prevenire le catastrofi 

Un altro spunto di riflessione dell’articolo di Salottolo è dato dalla citazione del “paradosso della catastrofe” del filosofo francese Jean-Pierre Dupuy: “se dobbiamo prevenire una catastrofe dobbiamo anche credere che possa accadere prima che accada… ma se riusciamo a prevenirla, la sua mancata realizzazione la fa restare nell’ambito dell’impossibilità e di conseguenza gli sforzi fatti per prevenirla appariranno in prospettiva inutili”

Ridurre la velocità del Titanic nonostante la segnalazione di Iceberg, la mancanza di binocoli, la notte senza luna, fu considerato sforzo inutile, perché non si credeva nella possibilità di un incidente. Qualcosa di simile deve essere successo anche per il Titan, che fu reputato sicuro ma evidentemente non lo era.

“l’aspetto terribile di ogni catastrofe è che veramente non crediamo nella sua possibilità, anche se abbiamo tutti gli elementi per essere certi che accadrà” prosegue Dupuy. “La catastrofe, per le sue dimensioni fuori misura, è l’evento che per eccellenza per essere creduto deve essere reale”.

Quante altre catastrofi ancora ?

In merito alla sfida tra natura e cultura rimane sul tavolo la domanda circa la possibilità che si verifichi la catastrofe delle catastrofi. Quella ambientale. E’ un tipo di catastrofe così enorme, così totalizzante, da essere difficilmente credibile, come dimostrano gli scarsi progressi che le nazioni terrestri fanno nel cercare un accordo per tenere sotto controllo le variabili che la influenzano. Proprio quel tipo di catastrofi a cui non credere ”…anche se abbiamo tutti gli elementi per essere certi che accadrà”, direbbe Dupuy.

Occorre che i terrestri comincino a credere ora nella concreta possibilità di realizzazione della catastrofe ambientale, per darsi una possibilità di non farla diventare reale, o perlomeno di provare a gestirla al meglio possibile, nel suo diventare reale.

Buon Universo a Tutti.

Written by: mind_master

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