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Data di pubblicazione: 18/03/2026 alle 17:39
(Adnkronos) – Un ricorso di 37 pagine depositato alla Corte d’Appello dell’Aquila racconta, ancora una volta, i contorni di una vicenda delicata e controversa, quella dei tre bimbi della “famiglia nel bosco” di Palmoli in provincia di Chieti, allontanati dai genitori e collocati in comunità dal novembre scorso. Il ricorso, contro l’ultimo provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, che ha stabilito il trasferimento dei minori dalla struttura di Vasto, dove si trovano attualmente, e l’allontanamento della madre dai piccoli, parla di “una lettura distorta dei fatti” e di un sistema che avrebbe progressivamente isolato la figura materna. Al centro dell’impugnazione, presentata dagli avvocati dei coniugi Trevallion-Birmingham, c’è soprattutto lei, la madre, descritta dalla difesa come bersaglio di un “pregiudizio sistematico”. Nel documento si parla apertamente di una “caccia alle streghe”, con un parallelismo forte: “Catherine rievoca nei pensieri quasi la “donna difettosa” del Malleus Maleficarum”. E ancora: “Ogni azione viene letta con la certezza della colpevolezza, nella impossibilità oggettiva di difesa”.
“Un disastro emotivo preannunciato, che ha inevitabilmente prodotto le prevedibili conseguenze sull’equilibrio psicofisico dei piccoli, che non hanno compreso, né mai avrebbero potuto, le ragioni sottese al brusco allontanamento dai loro affetti più cari” si legge nel ricorso.
“Pur dinanzi alle catastrofiche evidenze conseguenti al trauma patito dai minori e quantunque la stessa equipe di Neuropsichiatria (della Asl Lanciano Vasto Chieti, ndr.) incaricata dal Servizio Sociale avesse sottolineato la necessità di favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori”, il Tribunale per i Minorenni de L’Aquila, “in maniera del tutto illogica ed incomprensibile, “ordina(va) l’allontanamento dei minori della comunità in cui sono attualmente ospitati e il loro collocamento in diversa struttura, senza la madre” e “autorizza(va) l’esecuzione dell’ordine di allontanamento con l’assistenza della forza pubblica”.
Secondo il ricorso, l’allontanamento dei bambini e il successivo trasferimento in altra struttura sarebbero stati disposti nonostante – sostengono i legali – il superamento delle criticità inizialmente contestate: casa, vaccini, scolarizzazione e socialità. “Problemi risolti”, si legge, ma “totalmente ignorati” nell’ordinanza impugnata. Uno dei punti più critici riguarda il metodo: “Le deduzioni della difesa e le relazioni della famiglia e dei consulenti sono state sistematicamente ignorate”, scrivono i legali. A giudizio dei ricorrenti il Tribunale avrebbe privilegiato in modo acritico le relazioni dei servizi sociali e della struttura, “alterando gli equilibri processuali e giungendo a conclusioni fuorviate”.
La narrazione si concentra poi sul rapporto tra madre e figli, descritto come centrale e positivo anche da specialisti esterni: “Figura di riferimento affettiva, accudente, visceralmente legata ai bambini”. Nonostante ciò, la sua presenza viene ritenuta “ostativa”, fino alla decisione di separarla fisicamente dai figli. Particolarmente contestate sono le modalità dell’allontanamento. Il ricorso parla di un intervento eseguito “alle 8 del mattino”, comunicato e attuato senza alcun margine umano: “Alla donna non è stato dato neppure il tempo del dolore, né di preparare i figli a uno strappo che li avrebbe segnati”.
Una scelta “fredda e incomprensibile”, che avrebbe prodotto scene drammatiche: “Una bambina si aggrappava alla madre disperata, temendo che andasse via”. Non solo. La difesa evidenzia anche un elemento ritenuto emblematico: dopo l’allontanamento della madre, nella stanza che era occupata dalla donna sarebbe stata collocata un’operatrice per dormire con i bambini durante la notte. La difesa contesta duramente anche le relazioni dei servizi sociali, definite “copia-incolla” e basate su informazioni indirette. “Una mera duplicazione di concetti”, si legge, “che rafforza artificialmente accuse non verificate”. Vengono inoltre giudicate “false e nocive” le descrizioni di bambini “sereni” subito dopo il distacco.
Di contro, il ricorso richiama valutazioni cliniche che parlano di “trauma da sradicamento”, con segnali di disagio come ansia, regressioni e disturbi del sonno. “È necessario ripristinare la continuità affettiva familiare”, viene evidenziato. Anche alcuni episodi specifici vengono riletti in modo opposto rispetto all’ordinanza. Nel caso della scuola, ad esempio, “la presenza della madre era stata richiesta dall’insegnante” ed è descritta come “rassicurante e collaborativa”, non invasiva. Alla Corte si chiede la sospensione e la revoca del provvedimento, con l’immediato ricongiungimento familiare o, in subordine, l’affidamento al padre, descritto come descritto come “adeguato e utile a rasserenare i figli e la madre” e ritenuto “univocamente idoneo al suo ruolo”.
“Non si può accettare che decisioni così impattanti siano guidate da relazioni (quelle degli assistenti sociali, ndr) non vagliate criticamente” e, ancora, “la Giustizia non può essere gestita dagli assistenti sociali” conclude il ricorso.
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