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Data di pubblicazione: 26/06/2026 alle 15:51
(Adnkronos) –
E’ ”la disperazione della gente” quella che anima le strade di Caracas mentre cresce il bilancio dei morti accertati, anche tra gli italo-venezuelani, dei due terremoti che hanno scosso la capitale venezuelana. Gente ”disperata per la mancanza di aiuti”, che scava tra le macerie in cerca di eventuali sopravvissuti, ”perché mancano militari e vigili del fuoco per tirare le persone fuori” da quel che resta dei palazzi crollati, ”almeno 250 secondo le autorità”. Gente che rivolge ”molti appelli sui social e richieste di aiuto anche in tv”, che fatica a comunciare, ”perché manca luce ed elettricità”. A raccontarlo all’Adnkronos è Roberto Romanelli, giornalista della Voce di Caracas, raggiunto al telefono nella sua abitazione nel quartiere Colinas de Bello Monte che ”per fortuna non ha subito danni”.
Nato 72 anni fa in Venezuela, di origini marchigiane, Romanelli denuncia ”la mancanza, l’insufficienza di personale” incaricato di prestare soccorso e rilancia le ”richieste di aiuto di cittadini disperati”, ”in molti hanno perso la casa”, che aspettano l’intervento ”dei pompieri, della protezione civile per tirare fuori i loro cari che sono rimasti sepolti sotto le macerie”, perché ”forse possono essere ancora in vita”. Mentre ”la situazione sta tornando alla normalità”, quindi, ”ora l’attenzione è focalizzata sui dispersi, sulle operazioni di salvatagaggio” e sull’attesa di aiuti, anche da Roma. ”Il consolato italiano si è attivato per aiutare i cittadini italiani. L’Italia sta mandando degli aiuti” e altri sono stati mandati ”dagli Stati Uniti, El Salvador, Colombia”, afferma.
Romanelli si trovava in casa con la sua famiglia quando sono arrivate le prime scosse del terremoto. ”Ci siamo diretti verso la porta di casa e ci siamo abbracciati aspettando che passasse, la scossa è stata abbastanza lunga. Abbiamo saputo poi che erano due scosse che si sono sovrapposte”, con ”la seconda è stata più forte di 7.5”. In quei momenti ”ci siamo spaventati, c’era la sensazione che potesse cadere il palazzo” e ”poi siamo usciti tutti per strada, anche i vicini di casa”. Qui, racconta, ”qualcuno gridava, qualcuno piangeva, qualcuno pregava. Però fortunatamente nella zona nostra non ci sono stati danni”, ma ”se n’è andata via la luce, sono state interrotte le comunicazioni”.
Con la terra che smette di tremare, ”una volta passata la paura, dopo quattro, cinque ore è tornata la luce e ci siamo messi in contatto con i nostri cari”, racconta Romanelli spiegando che ”la situazione peggiore si è registrata in altre parti della città, nelle zone de Los Palos Grandes, Altamira e San Bernardino”, dove ”sono caduti degli edifici e ci sono dei morti. A livello nazionale, la zona più colpita è La Guaira, sulla costa, il posto di villeggiatura dei caraqueños, a venti chilometri dalla città, dove ci sono decine, decine di palazzi crollati totalmente, molta gente dispersa, si parla di più di diecimila dispersi”.
Romanelli spiega che c’è attesa per l’arrivo degli aiuti internazionali, ”alcuni sono già arrivati” e sottolinea che ”a differenza del 1999, quando La Guaira era stata colpita da una frana con lo straripamento di fiumi, delle piogge, ed erano intervenuti i militari, l’esercito questa volta non si vede, ma si vedono solo gruppi di protezione civile e vigili del fuoco, che però sono insufficienti” e ”organismi privati che si danno da fare”. Parlando della disperazione dei venezuelani colpiti dal sisma, Romanelli sottolinea l’importanza dei ”centri di accoglienza” dove vanno portati ”cibo, medicine, vestiti, articoli di igiene”.
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