
Radio K55
Data di pubblicazione: 05/01/2026 alle 09:15
Secondo quanto riporta il “Global Peace Index”, il numero di conflitti armati nel 2024 ha raggiunto il livello più alto mai registrato dalla fine della seconda guerra mondiale.
Ma, per consolazione dei terrestri, il presidente Trump ha recentemente vinto la prima edizione del Premio per la Pace istituito dalla FIFA, la multinazionale che controlla il calcio. Un premio destinato “a individui che hanno intrapreso azioni eccezionali e straordinarie per la pace e così facendo hanno unito le persone di tutto il mondo”.
Dunque, Donald sembra in posizione di largo vantaggio anche per vincere il premio Nobel per la Pace nel 2026 finalmente !
Per un presidente americano non sarebbe un fatto nuovo. L’ultimo, il quarto Nobel per la Pace tra i presidenti USA, è andato a Barak Obama, per meriti di diplomazia internazionale. Ma questi meriti riguardano soprattutto le posizioni che ha sostenuto durante la campagna elettorale, piuttosto che quello che ha fatto durante il mandato. Basta considerare le sue scelte durante la primavera araba verso Libia, Egitto e Tunisia. Ma anche il ritiro dall’Afganistan. Scelte che hanno avuto esiti tutt’altro che favorevoli alla pacificazione di quelle regioni.
Ma quello che stavolta appare sensazionale è che potrebbe vincere questo premio un presidente che, almeno nel 2025, avrebbe il sacrosanto diritto di ritirare il Premio Nobel per la Guerra, se esistesse.
Lo sapete che Trump è il primo presidente USA a bombardare 7 diverse nazioni in un solo anno solare, il 2025 ? Eccole: Iran, Irak, Somalia, Nigeria, Siria, Yemen, Venezuela.
All’opposto, Israele ha da qualche giorno revocato le autorizzazioni ad operare per 37 Organizzazioni Umanitarie Internazionali nella Striscia di Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati. Le ONG, tra cui Medici Senza Frontiere, dovranno andare via definitivamente entro Marzo prossimo.
Insomma, sono un pò ambigui i criteri che usano i terrestri per assegnare meriti e demeriti circa il modo di contenere e riparare la distruttività umana, almeno quella a livello nazionale.
Ora, è ben noto che tutto il vivente può assumere comportamenti distruttivi verso altre forme di vita. Comportamenti sempre motivati dalla difesa delle migliori condizioni possibili di adattamento all’ambiente. Dagli organismi monocellulari a quelli più evoluti si tratta di una distruttività al servizio della Vita.
Negli umani però, emerge una componente autolesionista della distruttività, evidente e perturbante. Un’incongruenza, un’aporia, un enigma che fatica persino a farsi domanda, perché il fondo dei fatti umani è torbido e animato da comportamenti incomprensibili.
Il tragico della cronaca
Sul piano individuale la cronaca ci porta continuamente spunti di riflessione su casi di autoaggressione oppure di aggressioni eterodirette, così goffe e mal eseguite, da rivoltarsi contro il proprio autore, il cui destino successivo diventa a volte anche peggiore delle vittime di questa aggressività.
L’anno scorso abbiamo saputo di giovani ragazzi che sterminano la propria famiglia, oppure che escono di casa consapevoli di voler uccidere la prima persona che incontrano, oppure che uccidono la fidanzatina preadolescente per un no, facendola cadere dalla cima di un palazzo, insensibili alle sue implorazioni.
Ma anche giovanissime che si sottopongono a condizioni così restrittive, come le diete anoressiche, da condurre a un progressivo autoannientamento. All’opposto, giovani e meno giovani incapaci di alcuna autorestrizione, e allora il destino è quello della morte per dipendenza da sostanze.
Insomma, dall’andamento dei fatti, dalla loro incapacità di proteggere i propri interessi, non si capisce se tanti umani odiano di più l’Altro, che in genere non comprendono e che a stento conoscono idealizzandolo fino all’invidia, oppure se odiano più loro stessi.
Oppure ancora, se odiano il loro non sapere abitare il proprio corpo, che genera incessantemente sensazioni e emozioni complesse le quali richiedono di essere negoziate con la realtà. Una negoziazione che se non si compie, o fallisce anche solo in parte, genera dei mostri orrendi. Dei nuclei di emozioni distruttive che si aggirano nelle stanze del proprio mondo interiore. La cui sola presenza diventa quasi una condanna persecutoria peggiore di qualsiasi carcere.
Se poi arriva il carcere vero, questo può diventare quasi una liberazione dal peso del proprio mondo interiore: finalmente un accusatore esterno, finalmente una punizione che tenta di ristabilire un qualche ordine morale. Situazione magistralmente descritta in “Delitto e Castigo” di Dostoevskij o nella “Colonia Penale” di Kafka.
Di fronte a questo enigma la meditazione degli essere pensanti dell’universo, si applica, si arrovella, si concentra ma non riesce a trovare in questo tipo di distruttività un qualche razionale. Su questo tema la ragione umana sembra fallire proprio nella sua funzione più alta: dare senso a ciò che appare senza senso. Eppure, basterebbero poche considerazioni ragionevoli per lasciare emergere potenti miglioramenti della condizione umana.
Il tragico di ciò che sarebbe possibile ma non è
1) se tutte le risorse che gli umani hanno da sempre impegnato per concepire, progettare e realizzare armi di difesa e di distruzione, di massa e non, fossero state rese disponibili per sostenere materialmente e spiritualmente la famiglia, la genitorialità, la donna, l’infanzia, ovunque si renda possibile farlo, il benessere complessivo della specie umana sarebbe aumentato o diminuito ?
2) e se i talenti che la natura distribuisce in modo diseguale, permettendo ad alcuni individui di credersi autori e legittimi proprietari di quel talento, fossero riconosciuti come il frutto della partecipazione di tutti gli sforzi da parte delle creature viventi che hanno preceduto la nascita di quell’individuo e di quel talento, la gloria dei talentuosi ne risulterebbe svalutata?
3) e l’identità individuale? Se non fosse intesa come qualcosa che può definirsi solo nel contrasto competitivo con un’identità altra da sé, e quindi nel conflitto, perderebbe forse definizione diventando qualcosa di vago e ambiguo ?
4) ma la stessa identità, diventando cultura comunitaria, religiosa e nazionale, se imparasse a riconoscersi tale non solo nel principio di opposizione ad altre culture la cui sola esistenza viene percepita come un insulto alla sacralità del proprio modo di essere, il pianeta ne uscirebbe più ricco o più povero?
5) e se l’affetto paranoico e persecutorio che tanto viene descritto dagli psicologi per spiegare la psicopatologia individuale, fosse riconosciuto altrettanto bene nell’iniziative del potere politico ed esecutivo dove questo affetto è altrettanto riscontrabile almeno a tratti, anche se si camuffa dietro mille ragioni e convenienze, si potrebbero correggere le disastrose conseguenze per il genere umano ?
6) e cosa accadrebbe se la morale utilitaristica che deriva dal modello filosofico delle tecnocrazie fosse messa al servizio non del singolo individuo, visto solo come consumatore, ma del Pianeta Terra considerato visto un organismo unico? I suoi abitanti avrebbero da perdere o da guadagnare ?
Il tragico della Dea Ragione
Con un piccolo contributo di razionalità, se tutte queste cose avvenissero, l’umanità non rischierebbe l’autodistruzione violenta, per mano delle minacce nucleari. Ma neanche quella lenta e inesorabile per degrado progressivo delle condizioni ambientali, per mano di una teoria economica che non ha mai considerato il Capitale Natura, come il primo dei capitali da cui tutti gli altri discendono. E non riesce a considerarlo nemmeno oggi, nonostante tutte le evidenze accumulate rendano ragionevole il farlo.
Un ben strano impiego della Dea Ragione. Quella che ha portato alla morte del divino annunciata alla fine dell’800. Quella che ha acceso la luce per portare fuori dai secoli bui un’umanità immersa nell’irrazionale delle credenze sacre, magiche o mistiche. E’ evidenza di tutti, che il buio non si è dissipato e che questo irrazionale continua a sopravvivere bellamente, anche se si nasconde dietro la pletora di maschere imbellettate di razionalismo e di successo che i ruoli della vita collettiva mettono a disposizione di tutti, con grandi squilli di trombe.
Dunque torniamo a riflettere su questo tema utilizzando il pensiero psicologico che, tra le tante discipline, almeno ha avuto il merito di provare a dare una spiegazione razionale di questo irrazionale. Non riuscendo che a trovare la soluzione, ma almeno ci ha provato.
Stiamo alludendo naturalmente alla “Pulsione di Morte” di Freud, definizione tanto discussa e contraddittoria, ma che nella sua espressione paradossale (perché il termine pulsione farebbe pensare a un movimento vitale) ha avuto comunque il pregio di costringere gli umani a pensare sulle proprie contraddizioni.
Concepire che nel fondo dell’umano alberghi una tendenza autodistruttiva è ancora scandaloso anche dopo un secolo dalla sua invenzione.
L’originale formulazione dell’idea viene datata nel 1920, ma ha antecedenti che si fondano su l’unione di diversi spunti di riflessione.
Il tragico della coazione a ripetere
Già ben prima del 1920 Freud aveva un’idea della vita psichica come tendente a ridurre a zero l’eccitazione causata dagli stimoli prodotti dall’interazione con l’ambiente.
La pulsione viene così pensata come spinta a ristabilire la quiete precedente allo stimolo, attraverso la soddisfazione del desiderio. Non c’è ancora Thanatos, il principio di morte, ma c’è già la logica regressiva della pulsione che deve spegnere le eccitazioni tipiche dei fenomeni vitali. Nel 1914, Freud con “Introduzione al Narcisismo” scopre che le pulsioni possono prendere per oggetto l’Io stesso e quindi non dirigersi solo verso gli oggetti esterni. Da questo momento l’Io può diventare “bersaglio” della pulsione.
Poi, nel 1920, con il testo “Al di là del principio del piacere”, Freud si accorge che la vita pulsionale è più complessa della semplice ricerca di piacere che si coglie riducendo le tensioni allo zero. Perché osserva diversi comportamenti clinici in cui i pazienti tendono a ripetere ciò che NON procura piacere.
Qui si apre lo spazio teorico per delle concettualizzazioni come il Super-Io e il masochismo, inteso non solo come perversione ma come meccanismo psichico. Concetti che più tardi verrano sviluppati nei testi successivi.
Freud dunque osservò che alcuni pazienti, nelle relazioni adulte, erano presi in una coazione a ripetere modalità affettive disfunzionali, che li trattenevano in una sofferenza incompatibile con il benessere relazionale.
Tali modalità venivano pensate da Freud come la ripetizione di esperienze infantili dove il paziente aveva sperimentato sofferenze nella relazione con le figure di accudimento. Come se il paziente, pur desiderando appagamento affettivo, andasse a ricercare quel tipo di relazione tormentosa sulla base di una volontà del tutto inconsapevole.
Ciò ha fatto sì che Freud postulasse l’idea di una pulsione che si opponeva alla forza evolutiva della vita e quindi al cambiamento, preferendo il già conosciuto, aldilà della ricerca di un nuovo benessere e quindi di un piacere nella relazione.
Il tragico del passato che ritorna
Ma questa interpretazione della pulsione di morte è andata progressivamente cadendo in disuso. Oggi sono pochi gli psicoanalisti che ancora identificano nella coazione a ripetere l’effetto più riconoscibile della pulsione di morte.
Già all’inizio degli anni ’70, lo psicoanalista Elvio Fachinelli, con il suo pensiero anticonformista, strappa la “coazione a ripetere” dal registro di morte. Nel testo “La freccia ferma” Fachinelli attacca frontalmente l’idea che la ripetizione sia solo coazione e che la coazione sia solo mortifera. Ma anche l’idea che il tempo psichico sia orientato solo all’indietro. Al contrario la ripetizione può essere tentativo di riattivazione, di ciò che è stato bloccato dalla parte traumatica dell’esperienza infantile. La freccia del tempo si ferma non perché tende alla morte, ma perché non riesce ad aprirsi alla vita. E’ un tempo psichico, fatto di esperienza e trasformazione, che però può non essere in grado di aprirsi al nuovo.
Il tentativo di ripresa è un rilancio del passato nel futuro che si espone alla conferma ma anche alla modificazione. Perché c’è una ripetizione propulsiva, che ri-presentando il passato mette in atto la vita. Non basta rammemorarsi, occorre rendere il passato di nuovo presente perché ci sia ripresa.
In altre parole, se si tende a tornare sul luogo del delitto, ricostruendo una situazione relazionale simile a quella del trauma originario, possiamo, con Fachinelli, leggerlo come un tentativo di dissequestrare quell’energia vitale rimasta legata alle immagini traumatiche, per renderla nuovamente disponibile e tentare nuove esperienze relazionali e amorose.
Quindi, per alcuni soggetti, solo incontrando un partner che ripropone un’antica posizione affettiva, ricca di ambivalenze vitali anche se tormentose, si riesce a liberare un’energia di desiderio cristallizzata in quella configurazione di ruoli e superare ciò che è stato impossibile in età evolutiva.
Il passato allora diventa qualcosa, come scrive Fachinelli, che «urta nel presente e insiste per la propria reincarnazione e ri-soluzione futura».
La ripetizione perde così il suo statuto di spinta autodistruttiva originaria.
Il tragico del trauma
Dunque nel passato c’è qualcosa che preme per trovare espressione nel presente. E qui inizia quella grande diatriba della psicoanalisi circa il trauma e la sua supposta rilevanza nella storia degli umani.
All’inizio, prima del 1897, Freud individua il trauma infantile reale come causa della psicopatologia adulta e su questo meccanismo costruisce il senso del percorso psicoanalitico. Ma dopo questo anno, Freud rinnega l’idea che il trauma sia sempre reale e si concentra sui desideri inconsci del soggetto. Assume qui centralità il complesso di Edipo per rappresentare il conflitto interno tra pulsioni. Complesso che negli anni successivi diventerà cardine del pensiero psicoanalitico, fondamento stesso della civiltà e origine del Super-Io, la coscienza morale.
Nella psicoanalista inglese Melanie Klein il dramma intrapsichico addirittura si estremizza fino al punto in cui la relazione oggettiva diventa secondaria rispetto ai contenuti del mondo interno del bambino ancora piccolo. Nella visione teorica di Klein, ciò che conta maggiormente non è sapere esattamente cosa è accaduto, che in alcuni casi è impossibile, ma come viene fantasmaticamente vissuto per la traccia che ha lasciato dentro di sé.
Al contrario, lo psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, contemporaneo di Freud e di Klein, va contro corrente e si concentra sullo studio dei traumi reali, di fronte ai quali l’Io tende a dissociarsi per non essere travolto dall’angoscia. Il bambino traumatizzato dissocia fino a identificarsi con l’aggressore e questo spiega alcuni comportamenti adulti che riproducono lo scenario del trauma infantile. Anche qui una coazione a ripetere, ma stavolta permettendo al soggetto di viversi come l’aggressore onnipotente e non più come vittima impotente.
Come se rivivere la scena traumatica da un’altra prospettiva costituisse un’opportunità per sbloccare l’energia vitale rimasta incistata nel dolore. Un dolore che procura un’angoscia incontenibile se vissuto in prima persona. Ma con cui si può entrare in relazione attraverso la possibilità di farlo sperimentare a un malcapitato prossimo, contenendo nell’altro la propria angoscia, magari con l’illusione di imparare a padroneggiarla.
In ogni caso, realtà o fantasia, forse non è sempre così importante distinguere con precisione. Non è nemmeno possibile possedere pienamente le verità occultate nel passato. Ma entrambe le prospettive danno un contributo.
L’importante è che, anche quando il paziente porta in terapia una sua convinzione più fantasticata che reale, comunque sta comunicando qualcosa di molto vero circa le difficoltà che sperimenta nell’integrare le proprie spinte vitali con quelle distruttive. Che è il tragico dell’umano in assoluto e insieme, forse, il suo compito più alto.
È comunque evidente che il mondo interno di un adulto può formarsi attraverso percorsi disarmonici e finire per essere abitato da pulsioni molto violente, il cui contenimento può diventare il problema principale dell’individuo che passa dalla impotenza dell’infanzia alla potenza della libertà di scelta della vita adulta. Qui si apre uno scenario che può spiegare come gli umani portino con sé sia desideri vitali che desideri distruttivi, sia etero che autodiretti.
Aurora Livoli, la diciannovenne che recentemente è stata trovata morta in un cortile di Milano dopo essersi allontanata da casa senza aver lasciato tracce da due mesi, aveva scelto una frase sul profilo Instagram che diceva “ho Lucifero dentro di me”. Che si sia uccisa o si sia lasciata uccidere, forse fa poca differenza quando il percorso imboccato è quello che parte dal descrivere il proprio mondo interno ricorrendo al nome dell’arcangelo decaduto fino a diventare il primo dei demoni. Era stata adottata a sei anni, ma forse questo non c’entra niente, o forse sì. Non lo sapremo mai.
Riportiamo ancora una volta le parole dello psicanalista e pediatra Donald Winnicott come già le abbiamo citate nell’articolo sopra detto:
“Saper tollerare tutto ciò che si può provare nella propria realtà interna è una delle grandi difficoltà umane e armonizzare la propria realtà interna con quella esterna costituisce una meta importante per l’individuo. Quando le forze crudeli e distruttive minacciano di sopraffare quelle dell’amore, l’individuo deve fare qualcosa per salvarsi e una cosa che fa è di volgersi verso l’esterno, drammatizzare il mondo interno al di fuori di sé, assumere lui stesso il ruolo distruttivo e suscitare il controllo di un’autorità esterna.”
Se il proprio mondo interno si riempie di mostri emotivi, si può trovare nell’agito violento una via di fuga per liberarsi di quelle immagini oppressive. Con il vantaggio secondario che sulla scena del misfatto interverrà un’autorità più forte. La quale si prenderà la briga di contenere tutta quella distruttività con l’efficacia degli strumenti della cultura cui si appartiene, il carcere ad esempio. Che è un altro trauma, ma almeno comporta la liberazione dal tormento interiore.
Abbiamo citato Dostoevskij proprio perché il suo Delitto e Castigo sviluppa nei minimi dettagli il rapporto con il tormento del proprio mondo interiore.
Il tragico della pulsione di morte
Freud, per trovare conferme scientifiche nella sua idea di una pulsione di morte, aveva esplorato l’analogia tra il metabolismo cellulare e il funzionamento pulsionale appoggiandosi ad alcune conoscenze delle scienze biologiche e fisiologiche allora disponibili.
Ne abbiamo già diffusamente parlato nell’articolo “Chi intende il canto di Orfeo ?” In cui ci siamo concentrati sul parallelismo tra la pulsione di morte e i correlati biologici della stessa riscontrabili nel meccanismo di apoptosi cellulare. In questo articolo, siamo tornati sul tema facendoci forza delle maggiori conoscenze oggi disponibili su questo meccanismo, così come riferiti dall’immunologo Jean-Claude Ameisen nel suo testo “Al cuore della vita” del 1999.
Un testo molto interessante per la capacità di Ameisen di spiegare la complessità dei meccanismi che sono alla base del rinnovamento cellulare che porta un organismo umano a sostituire il 90% delle proprie cellule nel giro di un solo anno solare.
Emerge così che la nozione di suicidio cellulare è profondamente ambigua, perché non è figlia esclusiva del libero arbitrio della cellula che muore. Ma riguarda il complesso sistemi di segnali che collega ogni cellula ad ogni altra.
Per presentare questo sistema di segnali Ameisen usa due esempi tratti dalla mitologia. Il canto delle sirene, come comandamento di morte che il sistema cellulare intona per istruire la cellula ad autodistruggersi. Ma poi c’è il canto di Orfeo che, all’opposto, può ancora essere intonato per sopprimere quel comandamento, ribadendo la funzione ancora vitale della cellula nel suo sistema di appartenenza. Nel suddetto articolo vengono fornite tutte le spiegazioni di questi collegamenti a figure mitologiche.
Queste analogie conducono all’idea che il cedere alla pulsione di morte non sia una decisione individuale, ma l’effetto di una perdita di coerenza tra le parti di un organismo e il suo funzionamento unitario.
Immaginando che quanto avviene a livello cellulare possa replicarsi anche a livello delle comunità umane, abbiamo ipotizzato che l’individuo che non riesce più a inserirsi nella vita di comunità in modo funzionale, viene incantato da un comandamento di morte che sorge dentro di sé. Un comandamento connesso con i significati per cui non è riuscito a inserirsi nel contesto umano a cui appartiene. Allora, finisce per isolarsi in un percorso di progressivo autoannientamento proprio come accade alle cellule. Come se avesse inteso, dal sistema di appartenenza, sorgere un canto di morte a lui diretto che diventa irresistibile.
In ogni caso, isolarsi, per una cellula come per un umano, significa annientarsi in qualche modo. Così come dimostra Ameisen descrivendo ciò che accade prima del fenomeno di apoptosi.
Per gli uomini, ci ha pensato lo psicoanalista e antropologo italiano Armando Bianco Ferrari che soggiornò per molto tempo presso una tribù Indios dell’Alto Xingu, in Amazzonia.
Ferrari raccontava ai suoi colleghi italiani il tipo di condanna a morte riservata a chi infrangeva una legge capitale di quella tribù, quella di non uccidere una specie di uccello considerata sacra. Una condanna dove mancava la violenza esteriore dell’atto perché integralmente sostituita dalla violenza del significato della sanzione. La quale consisteva nel costringere il reo a vivere isolato in una capanna, ai confini del villaggio, con la proibizione assoluta di far parte della vita comunitaria.
Tempo massimo una settimana e il condannato moriva di autoconsunzione. In quel sistema ambientale non si poteva scegliere una diversa appartenenza sociale, come accade nelle società più complesse. Dunque, la non integrazione alla comunità rendeva impossibile dare significato alla propria vita e quindi rendeva impossibile prendersi cura anche della propria dimensione biologica.
Il tragico delle considerazioni notturne
Nel testo “Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia” scritto dallo psichiatra e psicoterapeuta sistemico relazionale americano Carl Whitaker nel 1989, nel capitolo 1 si parla del desiderio di suicidio portato da uno dei membri familiari in terapia.
Whitaker sostiene che per comprendere il suicidio bisogna analizzare la Teoria dei Sistemi: nessuno è una monade. Come riferiscono alcuni suoi allievi, provocatoriamente, Whitaker insegnava che chiunque si voglia morto, ha qualcuno di significativo in famiglia che inconsapevolmente lo vuole morto.
“If someone wants to die, you’d better find out who else in the family wants him dead.”
La provocazione serviva a cercare di aprire gli occhi degli allievi sul funzionamento sistemico della famiglia, ma ovviamente non va presa alla lettera.
Infatti, non è detto che sia un singolo membro, può essere anche l’intero sistema familiare che trae coesione proprio dal fatto che quel membro rimanga in uno stato di blocco e non riesca a investire le sue energie vitali sul mondo. Come conseguenza, il suo rifluire in fantasie suicidiarie.
Inoltre, l’immagine mortifera che aleggia nel clima familiare ha un’essenza simbolica: La famiglia può inconsciamente preferire che il membro problematico resti “malato” (una forma di morte sociale o psicologica) piuttosto che affrontare il dolore della separazione da quel membro, che viene vissuta come minaccia alla storia del nucleo familiare.
Se, per esempio, la coppia genitoriale non può tornare al funzionamento di coppia prima della nascita dei figli, perché la coppia non esiste più, il figlio designato come capro espiatorio non potrà differenziarsi, perché uno o entrambi i genitori potrebbero cadere in depressione e poi saturare il clima familiare di desideri mortiferi, se non proprio suicidiari.
Per cui, sarà il figlio “capro espiatorio” ad assorbire dal clima familiare la pulsione di morte, rendendola visibile a tutti nell’atto di fantasticare la propria. Fantasia che tra l’altro svolge la funzione simbolica di un estremo tentativo di liberazione dallo stato di blocco in cui si trova.
Potremmo dire che quel membro familiare serve al sistema per catalizzare su di sé tutta la pulsione di morte che aleggia nel clima familiare del sistema stesso. In questo modo si favoriscono i fratelli, nell’andare a prendere il loro posto nel mondo liberandoli dal legame con un clima familiare che non riesce a superare la fase della differenziazione dei figli dalle origini.
Nelle trasformazioni della famiglia, uno dei momenti più critici è lo svincolo dell’ultimo figlio rimasto. Perché introduce la coppia genitoriale in un’altra era della propria esistenza, quella caratterizzata dall’avvicinarsi della vecchiaia e della morte. Un cambiamento che alcuni sistemi familiari vivono come catastrofico.
Whitaker affrontava queste sedute familiari cercando di sviluppare il dialogo familiare per mostrare che dietro i desideri suicidiari del figlio ci sono altre forme depressive nascoste che la famiglia ha paura ad affrontare perché non si sente capace di superarle.
Il tragico della condizione umana
In conclusione, se il concetto di pulsione di morte viene emendato da quello di coazione a ripetere così come propone Fachinelli, se viene collegato all’instabilità di un mondo interno traumatizzato dalle esperienze storiche, sia interiori che esteriori, così come propongono Ferenczi e tanti altri, il risultato è che perde la sua caratteristica di pulsione originaria al pari delle pulsioni che accompagnano la vita.
Dunque, l’analogia con il metabolismo cellulare non va intesa come se, da sempre, la pulsione di morte albergasse in ogni forma vivente, ma eventualmente come una proprietà degli organismi complessi. Organismi che hanno sempre la necessità di ridefinire la propria complessità, creando e distruggendo in continuazione parti di se stessi, per aumentare le proprie possibilità di adattamento. Come accade specialmente durante lo sviluppo, dove le cellule del sistema nervoso o immunitario che non servono più si autodistruggono per favorire il funzionamento di quelle che servono.
Così, nelle diverse comunità umane, dalla famiglia a interi popoli, alcune componenti finiscono per autoescludersi o autodistruggersi quando il sistema non riesce più a integrarle in modo vitale. Così, come Whitaker legge in alcuni tipi di funzionamento famigliare. Così, come ci racconta Ameisen: Basta mettersi in ascolto del canto di morte che sorge dalle profondità del sistema, perché la parte inneschi il suo percorso di autoannientamento.
Il tragico della Psicoanalisi
Il limite maggiore della psicoanalisi, con tutte le sue grandiose intuizioni, è di avere preso forma nella prima metà del novecento. Ovvero, ereditando dalla cultura medica del tempo l’individuo come oggetto di studio preferenziale. Cercando quindi di spiegare tutto il comportamento umano a partire dal punto di vista dell’individuo. Anche quando Freud parla del disagio della civiltà, in un suo famoso testo, lo fa partendo dal punto di vista prospettico dell’individuo.
Mentre è nella seconda metà del 900, che si affermano da una parte le terapie basate sul modello sistemico relazionale (leggi Whitaker e tanti altri) e dall’altra, le Teorie della Complessità, (vedi il russo Ilya Prigogine o il francese Edgar Morin e tanti altri).
Queste teorie iniziano a svelare le regole che governano le relazioni tra le parti di un sistema complesso con il suo comportamento unitario. Compare il fenomeno della creazione dal nulla di nuove funzioni che emergono spontaneamente quando il livello di complessità di un sistema aumenta. Qualsiasi sistema complesso, da un formicaio a un vasto sistema ecologico lascia emergere nuove funzioni non appena la sua complessità cresce. Le stesse funzioni mentali possono essere viste come proprietà emergenti a partire dall’evoluzione degli organismi viventi per aumento della complessità.
Sono teorie che hanno svelato come le forze di legame tra le parti sono più decisive per il comportamento del sistema, rispetto alle volontà particolari delle parti stesse.
Una notizia non tragica per chiudere in bellezza: “Tutto è relazione”
Questo è il maggior insegnamento tratto dalla visione del mondo che la scoperta delle leggi della meccanica quantistica, in totale coerenza con le teorie sistemiche, ha cominciato a svelare in quel XX secolo, dove agli umani è successo di tutto e di più. Compresa la rivoluzione antropologica di cui abbiamo tanto parlato negli articoli passati. Dalla morte del divino, allo scoprire che la singolarità, e quindi l’identità stessa non va presa troppo sul serio. Ovvero, che credersi “qualcuno”, identificandosi totalmente nel proprio Io, serve a vivere nella dimensione pragmatica del mondo, ma di fatto è la malattia mentale per eccellenza, come sostiene Jacques Lacan.
Per concludere, il concetto di Pulsione di Morte originariamente formulato da Freud è conturbante ma anche coinvolgente. Perché stimola a esplorare nuove possibilità prima inimmaginabili. Ma può sopravvivere, scusate l’ossimoro, può mantenere un senso, solo attualizzandolo con i contributi delle teorie sistemiche.
Lo scopo è quello di interrogare i limiti di una concezione esclusivamente intrapsichica dell’autodistruttività, mostrando come alcuni esiti mortiferi della vita umana emergano nel punto di intersezione tra soggettività, legami relazionali e contesti di appartenenza.
Ma parlare di configurazioni relazionali o complessità sistemiche che producono effetti autodistruttivi non significa attribuire a tali sistemi un’intenzionalità unitaria o una necessità funzionale. Piuttosto, riconoscere che, quando un campo umano perde la capacità di trasformarsi e di evolversi, può generare soluzioni tragiche che appaiono paradossalmente stabilizzanti solo nel breve periodo.
In questo senso, l’autodistruttività non viene qui intesa come una pulsione originaria rivolta contro il sé, ma come un esito possibile di processi di chiusura, dissociazione e irrigidimento, che attraversano individui e relazioni senza coincidere pienamente con nessuno di essi.
Buon Universo a Tutti !
Scritto da: mind_master
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