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Studio Teha-Amazon, così l’Italia resta in ritardo su investimenti high-tech

today04/09/2026 - 11:58 4

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Data di pubblicazione: 04/09/2026 alle 11:58

(Adnkronos) – L’Italia dispone di importanti asset industriali, scientifici e tecnologici, ma continua a registrare un ritardo nella capacità di attrarre, realizzare e scalare investimenti high-tech. Gli investimenti nei settori ad alta intensità tecnologica, in rapporto al PIL, sono del 32% più bassi della media europea (1,3% in Italia contro 1,9% in media in EU). Inoltre, soltanto il 7,9% delle imprese italiane presenta un livello di intensità digitale molto elevato, rispetto al 10,1% europeo. Sono alcuni degli elementi che emergono dal nuovo studio “Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana” realizzato da Teha, Amazon e Aws e presentato oggi al Forum TEHA “Lo Scenario di Oggi e di Domani per le strategie competitive” a Villa d’Este (Cernobbio) . La ricerca – sviluppata con il contributo scientifico del noto esperto Alec Ross – individua tre condizioni prioritarie per colmare il divario: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria e la disponibilità di competenze tecniche e scientifiche. 

Lo studio analizza i principali fattori che influenzano la capacità dell’Italia di attrarre investimenti high-tech e le condizioni che consentono alle imprese di sviluppare, adottare e scalare tecnologie avanzate, tra cui cloud, intelligenza artificiale, cybersecurity, data center e automazione. L’impatto potenziale dell’adozione di tecnologie high-tech è significativo: l’adozione dell’AI è associata a incrementi della produttività del lavoro di circa il 4%, mentre i settori a maggiore intensità digitale hanno generato circa il 40% dei nuovi posti di lavoro nell’area OCSE tra il 2006 e il 2016. Attrarre investimenti high-tech consente a imprese, soprattutto PMI e startup, di accedere a tecnologie, infrastrutture e servizi avanzati, aumentando la capacità di innovare e competere sui mercati globali senza dover sostenere autonomamente ingenti investimenti iniziali. 

Il divario digitale è oggi particolarmente pronunciato tra le imprese di minore dimensione: nel 2025 presenta un’intensità digitale alta o molto alta l’82% grandi imprese, il 61% delle medie e soltanto il 34% delle piccole. Tra i principali elementi che condizionano la competitività italiana emerge innanzitutto il sistema energetico. Nel 2024 il 74% dell’energia disponibile nel Paese proveniva dall’estero, contro il 57% della media UE, esponendo maggiormente imprese e investitori alla volatilità dei mercati internazionali. Le imprese italiane pagano l’energia fino al 30% in più della media europea. La crescita delle rinnovabili potrebbe contribuire a ridurre questa vulnerabilità, ma gli iter autorizzativi restano lunghi e soprattutto poco prevedibili. In Italia serve un anno e mezzo in più che in Germania per un permesso fotovoltaico – e nel frattempo le regole cambiano 3 volte. 

A pesare sulle decisioni di investimento è anche la capacità delle istituzioni di trasformare le norme in risultati concreti. Un miglioramento dell’Institutional Delivery Index, allineandosi ai livelli della Danimarca, porterebbe ad un incremento di 0,92 punti percentuali della quota di investimenti high-tech. Per l’Italia, colmare il divario con la frontiera europea potrebbe valere fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno, pari a circa 1,23 punti percentuali di PIL. Il potenziale è tuttavia frenato da una forte stratificazione normativa e da un’attuazione incompleta: l’Italia ha 160.000 leggi – circa 23 volte più leggi della Francia – e 1 legge su 5 approvata nelle ultime legislature è rimasta inattuata, ferma ad aspettare i decreti attuativi. Ad oggi ci sono circa 3 miliardi di euro di risorse pubbliche bloccate dalla burocrazia attuativa. 

La stessa esigenza di chiarezza e prevedibilità riguarda la regolazione delle tecnologie emergenti. Il 68% delle imprese europee dichiara di non comprendere pienamente i propri obblighi rispetto all’AI Act e le aziende che percepiscono una maggiore incertezza regolatoria prevedono investimenti in intelligenza artificiale inferiori del 28% nei dodici mesi successivi. In un settore caratterizzato da cicli di innovazione estremamente rapidi, regole poco chiare, sovrapposizioni tra livello europeo e nazionale o forme di gold plating rischiano quindi di rallentare l’adozione proprio mentre il mercato evolve. 

A queste criticità si aggiunge il nodo delle competenze. L’Italia ha il 40% di laureati in meno della media europea. Parallelamente, il 57,3% delle posizioni rivolte ai diplomati ITS risulta difficile da reperire e 3 aziende su 5 non trovano le competenze che cercano. Il divario non riguarda quindi soltanto la disponibilità di capitale o di infrastrutture, ma anche la capacità del sistema formativo di accompagnare la trasformazione tecnologica e rispondere ai fabbisogni delle imprese. 

“Fare l’imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi”, evidenzia Alec Ross, “e con ogni nuova regolazione c’è un nuovo sasso nello zaino. Non significa che non servano regole. Significa che le regole devono essere chiare, coerenti, prevedibili e applicabili. Il problema, quindi, non è una mancanza di capacità. È che troppo spesso costringiamo imprese e investitori a spendere tempo ed energia per attraversare il sistema invece che per costruire, innovare e crescere. Dobbiamo cominciare a togliere sassi dallo zaino perché oggi la velocità con cui un Paese riesce a decidere e ad agire è parte della sua competitività.” 

Alla luce di queste evidenze, la ricerca propone un insieme coordinato di interventi. Sul fronte energetico, occorre ridurre drasticamente i tempi delle procedure autorizzative per le fonti rinnovabili, attraverso sportelli unici effettivi, termini perentori e meccanismi di silenzio-assenso qualificato, accompagnati da incentivi mirati allo sviluppo di nuova capacità sostenibile e competitiva. Per i grandi investimenti high-tech viene inoltre proposto un percorso autorizzativo unico, con un interlocutore governativo responsabile del coordinamento tra urbanistica, ambiente, energia, fiscalità e lavoro e con procedure uniformi sull’intero territorio nazionale. 

 

“La semplificazione deve procedere insieme a una maggiore stabilità del quadro regolatorio, accelerando l’adozione dei decreti attuativi, riducendo la stratificazione delle norme e prevenendo forme di gold plating nazionale”, sintetizza Valerio De Molli, Managing Partner e Ceo di Teha Group. “Allo stesso tempo, è necessario rafforzare ITS Academy, percorsi Stem, reskilling e upskilling nelle competenze digitali avanzate, attraverso partnership strutturate tra sistema educativo, università e imprese. Per favorire una diffusione più ampia delle tecnologie, in particolare tra le PMI, la ricerca indica infine l’opportunità di introdurre incentivi mirati all’adozione di intelligenza artificiale e cloud e di rafforzare l’ecosistema delle startup, attraverso venture capital, trasferimento tecnologico e procedure più rapide per l’attrazione dei talenti internazionali.” 

Come ricorda Giorgio Busnelli, VP & Country Manager Amazon Italia, “dal 2010 abbiamo investito oltre 30 miliardi di euro in Italia e creato più di 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Oggi siamo l’impresa costituita negli ultimi 30 anni con il maggior numero di dipendenti nel Paese, tra i 20 maggiori datori di lavoro in Italia, e contribuiamo a sostenere complessivamente oltre 100.000 posti di lavoro lungo tutta la filiera. La nostra esperienza conferma ciò che questa ricerca dimostra: quando un Paese attrae investimenti ad alta intensità tecnologica, i benefici si propagano all’intero sistema economico — in termini di occupazione, innovazione e competitività. L’Italia ha tutte le carte per essere ancora più attrattiva. Semplificazione normativa, certezza regolatoria e investimenti in competenze sono le leve per rafforzare questo circolo virtuoso — a beneficio delle imprese, dei lavoratori e della crescita del Paese.” 

Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia sottolinea che “in Italia abbiamo scelto di investire: oltre 3 miliardi di euro in infrastruttura cloud e decine di migliaia di persone formate sulle competenze digitali dal 2017, verso l’obiettivo di 200.000 studenti STEM entro fine 2026. Oggi il cloud mette la stessa potenza di calcolo e di intelligenza artificiale nelle mani di una startup come di una grande azienda, con un modello pay-per-use e senza barriere di ingresso. Il vero fattore abilitante è la prevedibilità: quando le regole sono stabili e i tempi certi, le imprese investono di più e innovano prima. È questo il passo che può trasformare il potenziale italiano in crescita reale.” 

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

Scritto da: News News

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