
Radio K55
Data di pubblicazione: 28/01/2026 alle 14:21
(Adnkronos) – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, super alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, hanno escluso l’ipotesi di utilizzo del loro spazio aereo, del loro territorio mentre, mesi dopo l’attacco Usa di giugno ai siti nucleari in Iran, la Casa Bianca valuta le opzioni sul tavolo per colpire il regime di Teheran dopo la repressione dell’ultima ondata di proteste. E mentre il capo della diplomazia iraniana esclude negoziati tra Teheran e Washington perché, ha detto stamani Abbas Araghchi in dichiarazioni che hanno presto fatto il giro del mondo, “non si può parlare di colloqui in un clima di minacce”.
Parole a cui sembra aver subito risposto Donald Trump con un post su Truth, che mantiene la pressione su Teheran, non esclude nulla, ma auspica che l’Iran “venga rapidamente al tavolo e negozi un accordo giusto ed equo” per porre fine alla disputa e ai timori sul controverso programma nucleare iraniano.
Con le posizioni di Arabia Saudita ed Emirati qualcosa, secondo alcuni osservatori, si è complicato per l’Amministrazione Trump. Almeno sul fronte politico. All’indomani del colloquio telefonico tra il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ex ufficiali Usa di alto grado citati dal Wall Street Journal spiegano come le mosse di Riad e Abu Dhabi potrebbero ostacolare la pianificazione di un’azione militare da parte dell’Amministrazione Trump, non impedirla.
A novembre Mbs era alla Casa Bianca, accolto con tutti gli onori da Trump. E l’Arabia Saudita diventava “maggior alleato non-Nato” (Mnna, Major non-Nato Ally), designazione che gli Stati Uniti riservano ai loro principali alleati. Ora da Riad hanno fatto sapere che la monarchia del Golfo “non consentirà l’uso del suo spazio aereo o del suo territorio per azioni militari contro l’Iran o per qualsiasi attacco, da qualsiasi parte arrivi”. Lunedì avevano ribadito lo stesso dal ministero degli Esteri di Abu Dhabi, confermando l’impegno a “non permettere che lo spazio aereo, il territorio o le acque vengano utilizzate per azioni militari ostili contro l’Iran” e a “non fornire supporto logistico”. Per gli Emirati, dal settembre 2024, quando alla Casa Bianca c’era Joe Biden, lo status è quello di ‘major defense partner’.
“Sia i sauditi che gli Emirati sono stati obiettivo di attacchi da parte dell’Iran e dei suoi proxy – osserva Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace citato dal Wsj – Un regime iraniano indebolito e meno minaccioso è nel loro interesse, ma temono disordini nella regione e una rappresaglia iraniana”. C’era Trump alla Casa Bianca quando nel 2019 gli impianti petroliferi sauditi finivano nel mirino di attacchi con accuse alla Repubblica Islamica, eterna rivale dell’Arabia Saudita nella regione.
Dal punto di vista militare, le posizioni espresse da Riad e Abu Dhabi comportano un “aumento della complessità operativa e dei costi di qualsiasi azione Usa contro l’Iran, ma non la fermano”, spiega David Deptula, citato dal giornale, che ebbe un ruolo di primo piano nell’operazione Desert Storm del 1991.
Due giorni fa il CentCom, la cui area di responsabilità include anche l’Iran, ha confermato che l’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è dispiegato in Medio Oriente per “promuovere sicurezza e stabilità nella regione”. Poi ci sono gli F-15E in Giordania, ricorda la stampa americana, e il Wsj sottolinea come gli Usa potrebbero comunque decidere per un intervento militare utilizzando questi asset e bombardieri che potrebbero decollare dagli Usa. E sulle colonne del giornale torna anche Diego Garcia, isola sede di una base militare Usa considerata “vitale” da Trump, che critica il Regno Unito per l’accordo per cedere a Mauritius la sovranità delle isole Chagos nell’Oceano Indiano, di cui fa parte Diego Garcia, mantenendo il controllo della base anglo-americana. Ancora, gli Usa potrebbero colpire obiettivi in Iran con l’invio di bombardieri dallo spazio aereo di Giordania, Siria e Iraq, con missili da crociera da sottomarini.
Nei Paesi del Golfo gli analisti, evidenzia il Wsj, temono che un eventuale intervento Usa possa portare al caos in Iran più che a un ‘regime change’, con conseguenze che potrebbero riversarsi sulla regione. Esperti di Medio Oriente sono convinti che per rovesciare il regime iraniano, o colpirlo con forza sufficiente dal dissuaderlo sulla repressione delle proteste, probabilmente servirebbe una campagna militare che potrebbe andare avanti per settimane o mesi.
Intanto, secondo le ultime notizie pubblicate sul sito di Human Rights Activists News Agency (Hrana) sono almeno 6.221 i morti confermati durante l’ondata di proteste. L’organizzazione conferma che si continua a lavorare per verificare le circostanze di altri 17.091 decessi segnalati e riferisce di almeno 42.324 arresti. Altre voci denunciano bilanci che sarebbero ben più pesanti.
Nelle scorse ore sono state annunciate esercitazioni di forze Usa in programma in Medio Oriente, che andranno avanti diversi giorni. Il comunicato sulle manovre che vedranno protagonista la Ninth Air Force non indica né date né luoghi ‘prescelti’.
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