
Data di pubblicazione: 19/10/2026 alle 10:09
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della musica. Da Love Me Do a Lady B, dalle
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cantine del Cavern Club alla fama mondiale. Una storia di amicizia,
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genio e rivoluzione. I Beatles, la storia più bella del pop.
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Bentornati ai Beatles e la storia in 100 puntate. Puntata
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numero 73 al microfono Gianfranco Romano. Abbiamo lasciato Paul McCartney
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da solista. Due album acclamati col tempo, un numero uno
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in America, la rivincita su chi lo dava per finito.
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Poteva benissimo continuare così, da grande solista, firmando dischi a
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suo nome per il resto della vita. E invece… fece
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la cosa più sorprendente di tutte. Mise su una band.
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Oggi raccontiamo la nascita dei Wings. Per capire questa scelta
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bisogna capire chi era Paul. Gli altri tre, dopo i Beatles,
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cercavano la solitudine, la libertà, la propria voce individuale. Paul no.
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Paul era un animale da gruppo. Aveva passato la vita
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dentro una band, dai tempi del liceo. Le prove, il furgone,
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le serate insieme, la chimica di quattro persone che suonano
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nella stessa stanza. Da solo, in studio, si annoiava. E
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soprattutto gli mancava una cosa semplice e vitale. Suonare dal vivo.
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Salire su un palco. Così decise di ricominciare da capo.
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Non da ex Beatle intoccabile, ma da capo di un
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gruppo nuovo di zecca. Chi c’era in questa band? Al centro, naturalmente,
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Paul e Linda. E qui sta la prima grande discussa scommessa.
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Linda non era una musicista, era una fotografa. Paul le
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mise le mani sulle tastiere e le insegnò a suonare, letteralmente,
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mentre il gruppo nasceva. Fu molto criticato per questo. Perché
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trascinarsi dietro una moglie che non sapeva suonare? Ma per
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Paul non era in discussione. Dopo la depressione che l’aveva
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quasi distrutto, Linda era la sua ancora. Dove andava lui,
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andava lei. Punto. E poi c’era un musicista vero e importante,
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Danny Lane, che veniva dai Booty Blues, una voce e
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una chitarra su cui Paul avrebbe costruito i Wings per
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tutto il decennio. Il primo disco, Wildlife, esce alla fine
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del 1971 e Paul fa una scelta clamorosa. Lo registra
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in fretta, quasi dal vivo, poche prove e via, come
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aveva sentito dire che faceva Bob Dylan. Voleva qualcosa di spontaneo, grezzo, vivo.
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I critici lo massacrarono, lo trovarono sciatto, buttato giù, indegno.
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Fu probabilmente il punto più basso della reputazione di Paul.
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L’uomo che aveva scritto Yesterday, ora pubblicava, dicevano, dischetti pigri
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e sottotono. Ma Paul aveva in testa un piano tanto
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folle quanto geniale per rimettere insieme la band sul serio,
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tornare a suonare dal vivo come un gruppo qualunque. e
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lo fece nel modo più incredibile possibile. Nel febbraio 2972
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i Wings salirono su un furgone, si misero a girare
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le università inglesi e si presentavano senza preavviso. Arrivavano in
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un campus, chiedevano se potevano suonare e la sera si
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esibivano davanti a qualche centinaio di studenti increduli per pochi spiccioli,
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incassati in un secchio. Uno degli uomini più famosi del pianeta,
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che suona in una mensa universitaria, per 50 pence a biglietto.
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Paul stava ricominciando dalla gavetta, di proposito, per ridiventare semplicemente
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il membro di una band. Cominciamo però dalla prima mossa
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discografica vera dei Wings, che fu anche un mezzo disastro,
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ma racconta benissimo chi era Paul in quel momento. Il
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primo singolo del gruppo, all’inizio del 1972, non fu una
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canzone d’amore, fu una canzone politica, e gli esplosi tra
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le mani. Il 30 gennaio 1972, in Irlanda del Nord,
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l’esercito britannico aveva sparato su una manifestazione pacifica per i
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diritti civili, uccidendo 13 persone disarmate. Passò alla storia come
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la Bloody Sunday, la Domenica di Sangue. Paul, di origine
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irlandese da parte di famiglia, ne fu sconvolto e di
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getto scrisse e pubblicò una canzone di protesta esplicita, ridate
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l’Irlanda agli irlandesi. La BBC la bandì immediatamente, non poteva
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passare il radio. Era la prima volta che a un
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ex Beatle veniva proibita una canzone. Paul, il melodico, il rassicurante,
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aveva fatto arrabbiare il potere. Give Ireland back to the Irish.
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Speaker 3: Give Ireland back to the Irish. Don’t make them have
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00:06:04,230 –> 00:06:05,470
to take it away Give my love back to the
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00:06:05,509 –> 00:06:11,920
Irish Make Ireland Irish today Great Britain You are tremendous
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00:06:11,959 –> 00:06:32,629
And nobody knows like me But really What are we
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00:06:32,750 –> 00:06:41,850
doing In the land Across the sea Tell me How
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would you like it If on your way To work
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You were stopped By Irish soldiers Would you lie down
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00:07:00,790 –> 00:07:54,560
Grazie a tutti. Great Britain and all the people say
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00:07:54,579 –> 00:08:01,459
that people must be free and meanwhile back in Ireland
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00:08:02,019 –> 00:08:09,339
there’s a man who looks like me and he dreams
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00:08:09,420 –> 00:08:23,259
of garden country and he’s feeling really bad in una
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00:08:23,899 –> 00:08:28,959
prigione Dicono, dovrebbe cadere? Non fa nulla Dovrebbe farlo andare?
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I barabassi per gli irlandesi Non facciano dover toglierlo ciao
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00:09:04,509 –> 00:09:04,590
ciao
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Speaker 2: Give Ireland back to the Irish. Il debutto battagliero dei Wings,
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messo al bando, e qui parte una storia quasi comica,
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perché Paul con la BBC in quei mesi ci litigò
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non una ma più volte. Dopo che gli avevano bandito
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la canzone politica, Paul reagì con un gesto di sfida
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tipicamente suo, a metà tra il dispetto e la presa
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in giro. Il singolo successivo fu di tutte le cose
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possibili una filastrocca per bambini Mary had a little lamb
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Maria aveva un agnellino la classica nursery rhyme inglese messa
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in musica come a dire ah non volete canzoni serie?
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e allora eccovi una filastrocca contenti? fu accolta con sconcerto,
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ma era Paul che si divertiva a spiazzare tutti. Poi,
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verso la fine del 1972, arrivò un altro singolo e
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di nuovo la BBC alzò il dito, stavolta non per
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la politica, ma per il contenuto. Un rock scatenato e
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ammiccante e pieno di allusioni che le autorità giudicarono troppo spinto,
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pieno di allusioni a sesso e droga. Bandito anche quello,
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in meno di un anno Paul McCartney si era fatto
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proibire due canzoni un record quasi comico per l’ex ragazzo
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d’oro dei Beatles. Ascoltiamo questo rock proibito, così diverso dalle
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ballate che ci si aspettava da lui. High, high, high.
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Speaker 3: We’re gonna get high Ciao Ciao We’re gonna get it
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Non sei mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai Till
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00:13:10,669 –> 00:13:11,340
the night is gone
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00:14:09,200 –> 00:14:13,899
Speaker 2: Hi Hi Hi, il Paul Rocchettaro e provocatore bandito per
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la seconda volta. Ma attenzione a non farsi ingannare. Dietro
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gli sberleffi, Paul stava lavorando sodo e la band stava
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crescendo in fretta. E nel 1973 arriva la svolta. Nella
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primavera del 1973 esce il secondo album dei Wings, Red
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Rose Speedway. E stavolta, finalmente, dentro c’è un successo pieno, enorme,
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di quelli che zittiscono i critici. È una ballata, ma
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non una ballata qualunque, è una di quelle melodie smisurate, sentimentali, generose,
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che solo Paul McCartney sapeva scrivere senza vergognarsene mai. Si
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intitola semplicemente My Love, il mio amore. È dedicata ovviamente
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a Linda. È una dichiarazione d’amore aperta, senza ironia, senza maschere.
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My love does it good, il mio amore fa bene,
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mi fa stare bene. Al centro c’è una solo di
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chitarra bellissimo e famoso, suonato da un chitarrista dei Wings,
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Harry McCullough, che, si racconta, lo improvvisò all’ultimo momento in studio,
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cambiando quello che era stato provato, con l’orchestra già pronta
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a registrare. Un salto nel vuoto… che divenne uno degli
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assoli più amati del repertorio di Paul. My Love arrivò
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al primo posto in America. Era la prova che Wings
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non erano un capriccio, non erano un passatempo, erano una
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macchina capace di sfornare numeri uno. Paul aveva avuto ragione
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a ricominciare da una band e notate una cosa, Linda,
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la moglie che non sapeva suonare, era adesso nei cori
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di un disco al primo posto delle classifiche mondiali. Chi
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aveva riso ora taceva. My love. It’s in the hands
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of my love. My love. my love
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00:16:33,450 –> 00:16:51,429
Speaker 3: does it good and when the cupboard’s bare I’ll still
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00:16:51,549 –> 00:17:00,110
find something there with my love it’s understood Everywhere was
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00:17:00,129 –> 00:17:01,809
my love My love does it good Oh, oh, oh Oh, oh,
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00:17:01,929 –> 00:18:31,799
oh My love does it good Grazie a tutti. Don’t
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00:18:32,079 –> 00:18:41,460
ever ask me why I never say goodbye to my
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00:18:41,500 –> 00:19:00,940
Speaker 3>love It’s understood
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00:19:00,960 –> 00:19:01,740
Speaker 3>
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00:19:01,819 –> 00:19:02,539
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00:19:02,559 –> 00:19:03,220
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00:19:03,240 –> 00:19:03,880
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00:19:03,900 –> 00:19:05,859
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00:19:05,880 –> 00:19:07,039
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00:19:07,059 –> 00:19:08,869
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00:19:14,990 –> 00:19:16,750
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00:19:16,769 –> 00:19:17,569
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00:19:17,589 –> 00:19:18,210
152
00:19:18,230 –> 00:19:18,960
153
00:19:18,980 –> 00:19:21,000
154
00:19:21,019 –> 00:19:21,640
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00:19:21,660 –> 00:19:22,660
156
00:19:22,680 –> 00:19:23,279
157
00:19:23,299 –> 00:19:36,849
Speaker 3>
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00:19:59,779 –> 00:20:03,789
Speaker 2: My Love, il primo grande trionfo dei Wings, ma il
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00:20:03,849 –> 00:20:07,950
colpo che li consacrò definitivamente arrivò pochi mesi dopo e
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00:20:07,970 –> 00:20:13,210
da un posto inatteso, il cinema. Nel 1973, la produzione
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00:20:13,250 –> 00:20:16,569
del nuovo film di James Bond cercava una canzone per
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i titoli di testa. Il titolo era Live and Let Die,
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Vivi e Lascia Morire, e chiesero a Paul McCartney di scriverla.
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Paul la buttò giù in un pomeriggio, leggendo il romanzo,
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e poi fece una cosa decisiva. Chiamò George Martin. Il
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vecchio produttore dei Beatles, il quinto Beatle, tornò al fianco
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di Paul per arrangiare il brano e dirigere l’orchestra. e
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insieme crearono qualcosa di esplosivo. Live and Let Die comincia
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come una ballata gentile al pianoforte, dolce, quasi ingannevole, e
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poi di colpo deflagra. L’orchestra entra come una bomba, gli ottoni,
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gli archi impazziti, un caos controllato e magnifico che non
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si era mai sentito in un tema di Bond. E
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rock e orchestra fuse in un’unica esplosione. La canzone fu
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candidata all’Oscar. divenne uno dei temi di Bond più celebri
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di sempre e Paul la suona ancora oggi in concerto
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chiudendola letteralmente con fuochi d’artificio e fiammate sul palco. Era
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la prova definitiva, i Wings erano arrivati e Paul McCartney
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era tornato in cima al mondo. Leave and let die.
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Speaker 3: When you were young and your heart was an open
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book You used to say live and let live You
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know you did, you know you did, you know you
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did But if this ever changing world in which we’re
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living Makes you give in and cry Say live and
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let die Live and let die DIVA META DIVA META
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a presto You used to say live and let live
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You know you did, you know you did, you know
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you did But if this ever changing world in which
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we live in Makes you give in and cry se
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live and let die live and let die live and
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let die
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Speaker 2: Live and Let Die, dall’esplosione orchestrale di George Martin ai
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fuochi d’artificio sul palco. I Wings erano nati davvero. Guardate
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che percorso in meno di due anni. Un uomo che
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poteva riposare sugli allori di una leggenda e che invece
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ricomincia da una band improvvisata, con la moglie alle tastiere,
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suonando nelle mense universitarie per 50 pence, facendosi bandire le
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canzoni dalla radio. E da quel caos, da quella gavetta volontaria,
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tira fuori un numero uno e uno dei temi cinematografici
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più famosi della storia. Paul McCartney non voleva essere un
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ex Beatles solitario, voleva una squadra e se l’era costruita
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con le sue mani. Il meglio però doveva ancora venire.
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Proprio mentre i Winx decollavano, la band stava per sfaldarsi
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e dalle sue macerie sarebbe nato il capolavoro assoluto di
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Paul dopo i Beatles. Ma quella storia la racconteremo tra poco.
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perché nella prossima puntata torniamo a George Harrison. Dopo il
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trionfo planetario di The Fix Must Pass, il Beatle più
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spirituale pubblica un disco più intimo e religioso, segnato dall’esperienza
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del concerto per il Bangladesh. Si intitola Living in the
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Material World, Vivere nel mondo materiale, e George, il materiale,
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proverà a lasciarselo alle spalle. Abbiamo trasmesso i Beatles. la
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più bella storia del pop.