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Data di pubblicazione: 06/10/2026 alle 22:47
(Adnkronos) – Dai libri di storia alla ribalta delle cronache odierne. La peste, tornata sotto i riflettori con la morte della 28enne Daria Chipilova, ricercatrice di laboratorio in forze all’Irkutsk Anti-Plague Institute, è una malattia dalle origini antiche, ma mai del tutto sparita dai radar mondiali, che rievoca un immaginario collettivo di devastazione.
Non a caso era nota come ‘Morte Nera’ nel XIV secolo, quando causò oltre 50 milioni di morti in Europa, quasi un terzo della popolazione che ai tempi – nel 1350 – popolava quest’area. E in Europa la malattia rimase endemica, tornando a cicli di 10-12 anni, per i successivi 3 secoli almeno, ricorda il portale Epicentro dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Oggi però la peste non ha numeri paragonabili al passato, è curabile con antibiotici (quelli comuni per gli enterobatteri), e una diagnosi e una trattamento precoci sono la chiave per salvare vite umane.
Ma delle tre forme con cui si presenta la malattia, quella polmonare che si sospetta abbia colpito la giovane scienziata in Siberia è la più virulenta. Si manifesta quanto il batterio zoonotico Yersinia pestis – che normalmente ha come ospite le pulci parassite dei roditori, ratti, alcune specie di scoiattoli, cani della prateria, talvolta anche animali domestici come i gatti – infetta i polmoni, ma può derivare anche dalla degenerazione delle altre forme (bubbonica e setticemica) se non trattate tempestivamente.
Il periodo di incubazione può essere di sole 24 ore (per le altre forme arriva fino a 7), ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità in un focus. E chiunque ne è affetto può trasmettere la malattia ad altri esseri umani tramite particelle respiratorie, attraverso dunque l’aria o gli aerosol infetti. Per questo, come spiega il portale Epicentro dell’Iss, viene considerata una delle forme più pericolose per il potenziale epidemico che la caratterizza. Ed è questa anche la ragione che spiegherebbe le misure scattate a seguito del caso rilevato in Siberia (con 200 persone in osservazione e disposizioni anti-contagio). Le probabilità di guarigione anche in questa forma si alzano se la malattia viene trattata in tempo. Ma se non viene diagnosticata e curata precocemente, può essere fatale nel 100% dei casi (nella forma più comune, quella bubbonica, la mortalità può variare dal 30 al 60%). Insieme alla peste setticemica, la forma polmonare è dunque fra le più gravi, ma fortunatamente meno comuni.
Quanto ai sintomi, se per la peste bubbonica vengono citati febbre a esordio improvviso, brividi, mal di testa e dolori muscolari, debolezza, vomito e nausea e possono comparire anche linfonodi dolorosi e infiammati, per la forma polmonare si annoverano gravi sintomi respiratori che compaiono molto rapidamente (a volte in meno di 24 ore), dalla mancanza di respiro alla tosse, spesso con espettorato striato da sangue. Non ci sono molti dati solo sulla forma polmonare di peste, ma a luglio dell’anno scorso per esempio un alert era arrivato dagli Usa, dove l’Arizona ha segnalato il suo primo decesso per peste polmonare dal 2007, in un uomo che aveva avuto contatti professionali con gatti malati. Due giorni dopo il decesso del paziente, i risultati dei test diagnostici preliminari hanno confermato il sospetto di peste polmonare, portando all’immediata identificazione delle persone potenzialmente esposte, per sottoporle alla profilassi post-esposizione, come spiegato dai Cdc (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie).
In generale, considerando tutte le forme, i numeri più recenti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) indicano che nel periodo tra il 2019 e il 2025 sono stati segnalati 3.860 casi sospetti, di cui 2.646 confermati da 10 Paesi (principalmente Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Madagascar, Uganda, Cina e Mongolia, e in misura minore in Brasile, Qatar, Arabia Saudita). I decessi nei 6 Paesi più colpiti sono stati 423, corrispondenti a un tasso di mortalità dell’11%. Rdc e Madagascar insieme pesano per il 97,7% dei casi confermati.
Nelle aree in cui la peste è endemica, i risultati dei test diagnostici preliminari, combinati con il sospetto clinico di peste polmonare, possono portare a interventi tempestivi di sanità pubblica, sottolineano i Cdc, raccomandando che gli operatori sanitari in queste aree prendano in considerazione la malattia nei pazienti con gravi manifestazioni respiratorie e sistemiche che sono stati esposti ad animali malati. Devono inoltre essere valutate adeguate pratiche di sicurezza di laboratorio per il personale di laboratorio clinico che manipola campioni provenienti da questi pazienti. “Il rischio di peste polmonare aumenta con l’esposizione professionale ad animali infetti da Y. pestis , in particolare i gatti, a causa della loro suscettibilità alla peste – evidenzia l’agenzia Usa – Durante la valutazione di animali malati e persone sospettate di avere la peste o durante la manipolazione dei loro campioni clinici, l’uso costante di dispositivi di protezione individuale, in particolare un’adeguata protezione respiratoria, può ridurre l’esposizione professionale ad agenti patogeni zoonotici come la peste tra il personale veterinario, medico e di microbiologia clinica”.
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Scritto da: News News
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