
Radio K55
Data di pubblicazione: 19/01/2026 alle 12:24
(Adnkronos) – Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, docente universitario ed editorialista, Stefano Epifani lavora da anni sul rapporto tra tecnologia, democrazia e potere, sia in ambito accademico sia nel confronto con istituzioni e imprese, in Italia e all’estero. Il suo ultimo libro, Il teatro delle Macchine Pensanti, smonta dieci falsi miti sull’intelligenza artificiale e invita a guardare oltre la retorica dell’innovazione, riportando al centro la questione della governance, delle responsabilità e delle scelte politiche che stanno dietro gli algoritmi.
In questa intervista con l’Adnkronos Epifani parte dal caso Cloudflare e dallo scontro con Agcom per allargare lo sguardo su un tema che attraversa oggi regolazione, geopolitica e democrazia: la sovranità digitale. Un concetto spesso evocato, ma raramente affrontato nella sua dimensione più profonda, che non riguarda solo infrastrutture o localizzazione dei dati, bensì la capacità degli Stati di decidere come le tecnologie incidono sui processi decisionali, sull’informazione e sul funzionamento delle istituzioni pubbliche.
Dal ruolo dell’informatica pubblica alla dipendenza algoritmica, dal rapporto tra regolazione europea e modello americano fino ai limiti di una sostenibilità digitale priva di reale controllo sulle architetture tecnologiche, Epifani mette a fuoco una domanda centrale: l’Europa sta davvero costruendo una propria capacità di governo del digitale, o sta semplicemente adattandosi a decisioni prese altrove?
Partiamo dal caso Cloudflare e dallo scontro con Agcom. È solo una controversia tecnica?
“È molto di più. Cloudflare è solo la punta dell’iceberg di un processo di ridefinizione dei rapporti di forza globali. Non è una battaglia da qualche milione di euro di multa: è uno scontro sul principio di responsabilità di ciò che transita nella rete. E dietro Cloudflare non c’è solo un’azienda, ma un’idea americana di internet, oggi rafforzata da una precisa postura politica”.
In che senso?
“Perché tocca il cuore della filosofia che per anni ha retto il web statunitense: l’idea che chi fornisce infrastrutture o servizi non sia responsabile di ciò che vi passa sopra. Ma quella visione è stata stiracchiata per quindici anni, mentre le piattaforme sono passate dall’essere semplici intermediari a soggetti che influenzano attivamente visibilità, priorità, comportamenti. Oggi non possiamo più far finta che infrastruttura e contenuto siano la stessa cosa, né che nessuno sia responsabile”.
Il rischio, però, è che norme come il Pirate Shield finiscano per dare troppe responsabilità agli operatori.
“Il rischio esiste davvero, perché si tende a confondere ruoli diversi. Ci sono soggetti che gestiscono le autostrade di internet e altri che gestiscono i servizi che vi transitano sopra. Le prime non possono controllare cosa passa, sarebbe pericoloso sia dal punto di vista tecnico sia da quello democratico. Ma chi offre servizi digitali sa benissimo che tipo di contenuti e di traffico sta gestendo. Il problema, quindi, non è se qualcuno debba essere responsabile, ma stabilire con chiarezza chi lo è e fino a che punto, evitando di affidare poteri di controllo senza regole o senza garanzie”.
Responsabilità però non significa censura privata.
“Non vuol dire che un attore privato possa decidere autonomamente cosa passa e cosa no. Altrimenti ricadiamo nello stesso problema che la normativa americana voleva evitare: concentrare un potere enorme senza controllo democratico. La responsabilità va accompagnata da regole, trasparenza e controllo pubblico”.
Questo ci porta al tema più ampio della sovranità digitale. Lei sostiene che venga spesso fraintesa.
“Perché la riduciamo a una questione industriale: cloud nazionale, data center sul territorio, tecnologia “made in Europe”. Ma la sovranità digitale è un’altra cosa: è la capacità di decidere. Decidere dove stanno i dati che contano, chi li governa, come vengono elaborati e trasformati in decisioni. Senza questa capacità, la sovranità non è stata persa: non è mai stata esercitata”.
La localizzazione dei dati, quindi, non basta.
“È necessaria ma non sufficiente. Possiamo anche tenere i dati in Europa, ma se l’azienda che li gestisce è soggetta al Cloud Act americano, quei dati restano accessibili. Il problema vero è che stiamo esternalizzando le infrastrutture della conoscenza: sistemi che non solo conservano dati, ma li rielaborano e li presentano, diventando strumenti di intermediazione cognitiva”.
È qui che entra in gioco la dipendenza algoritmica.
“Non dipendiamo solo da infrastrutture esterne, ma da modelli decisionali, metriche, criteri di rilevanza definiti altrove. Algoritmi che stabiliscono cosa vediamo, cosa conta, cosa è rilevante. Importarli senza governarli significa importare visioni del mondo senza mandato democratico. Questa è la vera perdita di sovranità”.
Eppure si continua a parlare di sovranità come semplice “proprietà del dato”.
“Perché è più semplice. Ma è una semplificazione pericolosa. La questione non è solo dove sta il dato, ma come viene elaborato. Oggi utilizziamo dati pubblici per alimentare infrastrutture private che diventano critiche per il funzionamento della democrazia, del lavoro, dell’informazione. Senza controllo sull’architettura digitale, qualsiasi politica pubblica può saltare”.
Mi scusi, ma è mai esistita davvero una sovranità digitale europea?
“No, non nel senso pieno del termine. Ma questo non significa che sia impossibile costruirla oggi. Significa che dobbiamo smettere di raccontarci che basti rallentare il modello americano con la regolazione. Serve un progetto”.
Che tipo di progetto?
“La costruzione di uno stack tecnologico europeo. E questo implica collaborazione, che è la cosa che in Europa sappiamo fare peggio. Abbiamo competenze distribuite, ma non ecosistemiche. E ogni volta che un Paese cerca una scorciatoia bilaterale con gli Stati Uniti, depotenzia qualsiasi tentativo di costruzione comune”.
Norme o investimenti?
“Entrambi. Senza infrastrutture, la normativa resta lettera morta. Senza regole, l’infrastruttura diventa caos. Se diciamo che è sensato investire il 5% del Pil in difesa militare, non capisco perché non si possa dire che è sensato investire una quota simile in infrastrutture digitali strategiche. Sono armi di difesa, solo di un altro tipo”.
In questi casi però serve sempre una guida, un motore, qualcuno che metta sul tavolo una proposta e consenta agli altri di seguirlo.
“Non dovrebbe farlo una singola nazione, ma un settore. E in Europa quel settore è ancora il pubblico. L’informatica pubblica deve tornare a essere una competenza strategica. Le infrastrutture critiche – energia, servizi, telecomunicazioni – sono spesso pubbliche, ma il software che le governa no. È lì che va recuperato controllo”.
Con quale modello?
“Pubblica amministrazione, università, centri di ricerca e imprese private che lavorano insieme. Partendo dai dati pubblici, costruendo architetture europee, sfruttando il riuso del software, che è già previsto dalla normativa. Non è facile, ma se non si comincia non si arriva mai”.
L’intelligenza artificiale può essere il terreno su cui recuperare terreno?
“Solo se smettiamo di pensare che basti comprare potenza di calcolo. La partita non è sull’hardware, ma sugli algoritmi e sui modelli. Rischiamo di investire in supercomputer senza sapere cosa farne, mentre altri investono nelle logiche che governano quei sistemi”.
E il quantum computing? Può essere il salto generazionale?
“È fondamentale investire nel quantum, ma pensare di saltare i prossimi dieci anni aspettando il quantum è una forma di benaltrismo. Questi dieci anni saranno decisivi per gli equilibri geopolitici e tecnologici. Non possiamo permetterci di rinunciare a giocare la partita adesso”.
Qual è il rischio più grande per l’Europa?
“Continuare ad accelerare nella direzione sbagliata, chiamando innovazione una progressiva rinuncia alla capacità di decidere. La sovranità digitale non si perde con una crisi: si perde per inerzia. E oggi l’inerzia è il nostro avversario principale”. (di Giorgio Rutelli)
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