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Data di pubblicazione: 06/08/2026 alle 16:59
(Adnkronos) – Sono passati sette anni dal 7 agosto 2019 quando Fabrizio Piscitelli, leader degli Irriducibili noto come ‘Diabolik’, è stato freddato con un colpo di pistola alla testa nel Parco degli Acquedotti a Roma. Sette anni di indagini e un processo al presunto esecutore materiale dell’omicidio di condanna in primo grado e di assoluzione nel secondo. Per quel delitto, che come scritto dai magistrati ha dato il via a “una lunga scia di fatti di sangue”, è imputato l’argentino Raul Esteban Calderon, la cui vera identità, secondo l’accusa, è quella di Gustavo Alejandro Musumeci. Condannato all’ergastolo dalla Terza Corte di Assise nel marzo del 2025 senza il riconoscimento del metodo mafioso contestato dalla procura di Roma, è stato assolto dai giudici di Appello lo scorso 8 maggio con la formula per non aver commesso il fatto.
Piscitelli viene ucciso poco prima delle 19 mentre è seduto su una panchina: un uomo in tenuta da corsa arriva alle sue spalle, impugnando una pistola e gli spara alla testa a distanza ravvicinata. ‘Diabolik’ muore sul colpo mentre il killer fugge a piedi. La zona viene battuta alla ricerca di tutti gli elementi utili a rintracciare il sicario. Vengono individuate e visionate le telecamere che possono aver ripreso la fuga dell’omicida e vengono sentiti i primi testimoni. E dopo due anni e mezzo di indagini, portate avanti nel più stretto riserbo sotto il coordinamento dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, si arriva all’arresto dell’argentino, accusato di omicidio aggravato dal metodo mafioso e detenzione abusiva di armi. Il 23 febbraio 2023 si apre così il processo davanti ai giudici della Terza Corte di Assise di Roma presieduta da Antonella Capri. Oltre quaranta udienze, vengono chiamati decine di testimoni, mentre Calderon segue il processo in videocollegamento dal carcere di Larino.
In aula viene mostrato il video del delitto e la fuga del killer, con l’analisi dei singoli frame, e vengono ascoltati gli investigatori che hanno portato avanti le indagini e che hanno ricostruito davanti ai giudici le diverse fasi: dalla prima richiesta di intervento al numero unico del 7 agosto 2019 negli istanti successivi al delitto, la descrizione del killer in tenuta da jogging, all’arrivo del personale del 118 nel parco che ha constatato la morte di Piscitelli, fino ai rilievi sul luogo dell’omicidio da parte della Scientifica e all’acquisizione delle prime testimonianze e degli impianti di videosorveglianza presenti nella zona. I video, acquisiti da due attività commerciali di viale Tito Labieno e di piazza di Cinecittà, mostrano il passaggio dello scooter utilizzato per il delitto mentre la telecamera posizionata sul terrazzo di via Lemonia riprende le fasi dell’omicidio: si vede il killer dirigersi verso la panchina dove Piscitelli è seduto insieme al suo autista, l’esplosione del colpo mortale e la fuga. Un video, che insieme a quello di viale Tito Labieno, mostra anche la copertura, una fasciatura sulla gamba destra del killer mentre scappa sullo scooter con un complice. In aula viene sentito anche l’autista cubano che accompagnava il leader degli Irriducibili.
Nel processo gli inquirenti hanno ricostruito i rapporti, gli spostamenti, la rete di contatti nei giorni e nelle ore precedenti alla morte di Fabrizio Piscitelli anche attraverso l’esame di uno dei suoi tre telefoni, depositando informative dei carabinieri del Nucleo Investigativo e della Squadra Mobile sul contesto in cui è maturato l’omicidio di Piscitelli, “un delitto avvenuto con una modalità eclatante”. Un processo che porta alla condanna all’ergastolo di Calderon. I giudici di primo grado hanno ritenuto attendibili le prove acquisite e dimostrate “alcune circostanze di fatto: il contesto di criminalità organizzata in cui il delitto è maturato, il movente e i mandanti dell’omicidio, la reazione scatenata contro i mandanti dal gruppo di Piscitelli dopo il delitto, i legami strettissimi esistenti tra i mandanti e tra l’imputato e tra Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, il ruolo di killer professionista assolto dall’imputato al soldo di Bennato e Molisso, l’identificazione nell’imputato del killer che, nel tardo pomeriggio di una calda giornata d’estate del 2019, ha freddato con un colpo alla nuca Fabrizio Piscitelli”.
Sentenza ribaltata poi in secondo grado. Per la Corte d’Assise d’Appello invece “pur in presenza di elementi fortemente suggestivi, rappresentati principalmente dal coinvolgimento in altri episodi criminosi, commessi con modalità simili” deve ritenersi “non pienamente dimostrata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità dell’imputato in ordine ai delitti ascrittigli”. Per i giudici di secondo grado infatti, “gli elementi specifici di prova individuati a carico dell’imputato sono pochi e tutti controversi”. Innanzitutto, sottolineano nelle motivazioni, “non si può non rilevare che gran parte della sentenza impugnata è incentrata, al di fuori del perimetro dell’imputazione, sulla individuazione dei possibili mandanti e, quindi, sul possibile movente dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli; in altri termini, pur essendo stato instaurato un processo nei confronti del solo Musumeci alias Calderon, quale esecutore materiale del delitto, la voluminosa sentenza esamina principalmente il contesto in cui il delitto troverebbe collocazione valorizzando elementi tuttavia riconducibili ad altri soggetti, rimasti estranei all’attuale procedimento”. E mentre proseguono le indagini dei pm della Dda e dei carabinieri del Nucleo Investigativo sui mandanti del delitto, la sentenza che vede imputato Calderon finirà nei prossimi mesi al vaglio dei supremi giudici della Cassazione.
“Ad oggi dopo una sentenza sbalorditiva non abbiamo davvero nulla – dice all’Adnkronos la sorella di Fabrizio Piscitelli, parte civile nel processo insieme alla madre e al fratello – Sette anni per descrivere e conoscere il profilo criminale di mio fratello ed arrivare al forte timore che il suo omicidio resti irrisolto. Ancor peggio sentirsi suggestionati dalla recente sentenza a tal punto da ipotizzare una giustizia ingiusta e selettiva in certi casi. Comunque, malgrado il buio pesto, il nostro vissuto e le speranze vacillanti cerchiamo di coltivare anche la fantasia che forse qualche risposta meno sconcertante arriverà, visto l’impegno profuso degli inquirenti”.
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Scritto da: News News
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