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    Radio K55

Psicologia

Istruiti, intrattenuti, ingozzati. Ma sempre mortalmente annoiati

today02/03/2024 87 7

Background
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Il festival di Sanremo è passato e si comincia a spegnere il brillamento di tutti i suoi fuochi d’artificio. Se ne parla di meno e allora se ne può anche parlare. Solo ora, infatti, silenziato il rumore di fondo mediatico su tutti i temi accessori che hanno accompagnato il voto finale e le polemiche seguenti, si può cominciare ad ascoltare il messaggio che rimane sul fondo di questa parossistica kermesse, con la quale gli italiani parlano di loro stessi.

E’ anche opportuno ritornarci, perché, se siamo interessati alla cronaca e quindi all’attualità, il festival della canzone italiana ha sempre detto qualcosa di vero sul momento che gli italiani stanno vivendo. Prescindiamo dai contenuti conformisti alle culture dei diversi tempi attraversati, a partire dalla sua nascita nel 1951, e dalle influenze che il business discografico ha inevitabilmente operato sulle scelte artistiche e sulle valutazioni finali. Comunque, il Festival ha sempre espresso una nota emotiva a commento  del modo di stare insieme e di comunicare di questo popolo così rappresentativo del pensiero europeo ed occidentale.

Siamo quindi partiti da Nilla Pizzi con “Grazie dei fior” della prima edizione per arrivare a “La Noia” di Angelina che ha vinto l’ultima edizione, passando per Marcella Bella con il coniglio dal muso nero di “Montagne Verdi” e tanto altro. Insomma. C’è un pezzo dell’evoluzione del modo di essere italiano in ogni canzone sanremese.

Andiamo perciò a riflettere sulla canzone vincitrice dell’ultima edizione del Festival per vedere quali spunti di pensiero ci suggerisce.

La Noia di Angelina

La canzone cantata da Angelina Mango, è stata scritta insieme con Madame e Dardust (cioè Francesca Calearo e Dario Faini). Ovvero Due 22 enni, Angelina e Madame e un 47enne, Faini. Il quale Faini, aveva già vinto al festival del 2019 contribuendo a scrivere il testo della canzone “Soldi” cantata da Mahmood. “Soldi” aveva inaugurato il successo dell’Urban Pop al festival. Genere musicale nato in America negli anni 80, di successo nella fascia 18-35 anni e che include, a sua volta, vari generi provenienti dalle culture giovanili, tipo rap, trap, pop, elettropop e così via.

Quindi possiamo osservare che la canzone vincitrice dell’ultima edizione è stata scritta da autori che conoscono il linguaggio di queste culture, quelle rappresentate per intenderci dalla generazione Z, la generazione oggi a cavallo tra gioventù e maturità.  Ma la noia giovanile è stato un argomento già intuito e trattato almeno mezzo secolo prima. 

Boom economico ed alienazione

E’ il 1960.  Il romanzo di Alberto Moravia, “la Noia”, affronta il tema del benessere, del consumismo e dei suoi effetti sulle nuove generazioni. I protagonisti sono Dino, 35 anni, e Cecilia 17, entrambi portatori della malattia della noia anche se in forme diverse. Il primo è di famiglia nobile, quindi vive circondato dai lussi dell’industria di consumo. Ma è assalito dalla noia per tutto ciò che lo circonda e si rifugia nella ricerca ossessiva di denaro e di sesso. La seconda, priva di qualsiasi interesse affettivo per chicchessia, al punto da non possedere quasi alcun ricordo, fa del sesso con Dino uno strumento buono solo per procurarsi soldi. Sesso e soldi sono strettamente legati all’esperienza dell’alienazione. Perché è un sesso intriso di noia. Già nel ’60 quindi si parlava di Soldi e Noia, proprio come i titoli delle canzoni urban pop vincitrici del Festival 2019 e 2024. 

Dalla prosa di Moravia emerge il carattere assurdo e contraddittorio del reale. Da cui si trae che la vera malattia che si nasconde dietro la parola noia è l’impossibilità di sperimentare desideri. Entrambi i protagonisti ne sembrano totalmente incapaci. Ciò diventa evidente quando Cecilia si rivela sfuggente e inafferrabile. Solo allora la ragazza diventa interessante per Dino come modo per uscire dalla Noia. 

Noia come nonsense del vivere

Tutto ciò è molto attuale. Vediamo come ne parla Angelina nella sua canzone di ugual titolo:

“Muoio senza morire in questi giorni usati

 vivo senza soffrire,

 non c’è croce più grande,

 non ci resta che ridere in queste notti bruciate,

 una corona di spine sarà il dress-code per la mia festa. 

E’ la cumbia della noia!”

Moravia aveva dovuto rendere credibile la personificazione della Noia descrivendo Dino come perfetto figlio della nobiltà romana. Dopo 60 anni, con la generazione Z, non occorre più ricorrere alla nobiltà o alla borghesia. Il benessere nel 2024 ha raggiunto tutti almeno a sufficienza per rendere scontata ogni conquista giovanile. 

La noia coincide con l’insensatezza dell’esistenza quando non c’è più nulla per cui valga la pena lottare. “Vivo senza soffrire” dice la canzone, e proprio questa è paradossalmente la fonte di ogni alienazione. Si può solo metterla in burletta, ballando la Cumbia per dimenticarsi della Noia: “Non ci resta che ridere in queste notti bruciate”. La noia come manifestazione di follia. E allora ci vuole una camicia di forza. La camicia di forza della chimica, della farmaco terapia. E anche a queste pillole colorate accenna la canzone di Angelina:

“La mia collana non ha perle di saggezza 

A me hanno dato le perline colorate 

Per le bimbe incasinate con i traumi 

Da snodare piano piano con l’età

Eppure sto una Pasqua guarda zero drammi”

Una canzone apocalittica

Il testo della canzone di Angelina è quindi un testo disperato, altro che Montagne Verdi. Tanto disperato che la musichetta allegra ne deve nascondere la portata. Tanto disperato che la vincitrice del Festival dovrà poi correggere il tiro, nei giorni successivi alla vittoria, per evitare di lasciare sul campo solo disperazione. Ecco alcune sue parole dall’intervista concessa a Radio DEEJAY: 

“Spesso i momenti tristi sono il seme, il preludio a una nuova felicità, il buio prima della luce. Non si deve aver paura della noia: va accolta, è importante, così come tutti i sentimenti che ci portano giù, in fondo. C’è una risalita, sempre. La noia non va combattuta: è tempo prezioso da dedicare a noi stessi. E nei momenti difficili, bisogna ballarci sopra”.

 Ebbra di adrenalina per la vittoria, Angelina addolcisce il suo testo facendo diventare la noia uno dei tanti umori che si possono incontrare in una giornata. Anche se nell’intervista ha fatto riferimento alla sua storia personale, la canzone che vince il festival lo vince proprio perché coglie, in qualche misura, sentimenti collettivi del tempo che si sta vivendo. 

Quindi la noia di cui parla la canzone  è anche la noia della generazione Z. Come nel romanzo di Moravia è angoscia esistenziale, non un disturbo dell’umore. Ovvero, quel tipo di angoscia che attanaglia l’umano quando le condizioni di esistenza e di convivenza con gli altri umani si presentano alla mente del soggetto come frammentate, svuotate, insensate. La stessa angoscia descritta da Sartre o da Camus, per intenderci. Dino, nel romanzo ne parla così:

“La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”.

Ma perché proprio la generazione Z incontra in modo massiccio un sentimento così marcatamente esistenzialista ? ci sono delle ragioni specifiche?

Il percorso per diventare adulto.

Nella storia dell’umanità il passaggio dall’età infantile a quella adulta è sempre stato accompagnato da riti di passaggio che indicano delle vere e proprie transizioni di status sociale. 

Attraverso queste cerimonie rituali il figlio diventa un’adulto davanti alla collettività. Si tratta di riti che si tengono ancor oggi, in alcune comunità africane, sudamericane o insulari. Sono caratterizzati da un’aggressione brutale al corpo dell’iniziato. Buttarsi giù da una torre di legno alta trenta metri salvati solo da una liana di poco più corta. Infilare le mani in guanti pieni di formiche dalla puntura dolorosissima. Correre sulla schiena di tori inferociti senza cadere, farsi frustare, ecc… Alle volte si tratta di riti complessi la cui preparazione dura mesi. L’iniziato deve sopportare paura e dolore senza lamentarsi per dimostrare di potersi inserire nella vita adulta. 

Nella civiltà occidentale, ancora fino a pochi anni fa, il rito di iniziazione maschile più evidente coincideva con l’anno di servizio militare. Oltre alla separazione dalla famiglia di origine c’era anche il fenomeno del nonnismo a rendere più dura l’esperienza. La giovane recluta veniva accolta dai commilitoni attraverso prove ed umiliazioni che doveva sopportare senza lamentarsi. Faceva parte del rito e per questo i superiori facevano finta di non vedere. E se tutto ciò non bastava c’erano pur sempre le guerre e gli assalti con la baionetta. Per l’iniziazione delle donne nel passato bastavano le gravidanze già in giovane età, senza epidurale, senza cesareo, senza garanzia di sopravvivere al parto, come invece oggi accade.

Per entrambi i generi anche la cerimonia del matrimonio cristiano nella sua simbologia rimarcava il bisogno di morire come figli, sottolineando il distacco dai genitori, per rinascere riconosciuti come adulti. 

La scomparsa dei riti di passaggio

E’ questo il sottotitolo di un libro del 2014 scritto dall’antropologo Marco Aime e dallo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet il cui titolo è “La fatica di diventare grandi”.

AL tempo attuale la leva militare obbligatoria non esiste più, e il matrimonio non è più collocato con certezza in quel periodo giovanile in cui svolgeva il suo valore iniziatico, così come l’esperienza della genitorialità. La laurea universitaria si è essa stessa frammentata e per certi versi banalizzata. L’unico modo che un giovane ha per sentirsi di far parte di una comunità adulta è raggiungere l’autosufficienza economica per andarsene di casa. Ma tanto più la società diventa complessa e tanto più questa condizione si allontana nel tempo. Le attuali esigenze di formazione per collocarsi adeguatamente nella società del lavoro prevedono studi articolati e tirocini che si protraggono a volte oltre i 30 anni.

In sostanza il percorso per diventare adulti si è sfilacciato nel tempo frammentandosi in mille piccole pseudoprove iniziatiche. Nessuna di queste però ha l’autorevolezza e la sostanza per mettere una fine reale all’età evolutiva dell’esistenza umana. Gli stessi adulti hanno assunto comportamenti che imitano l’età giovanile.

Cos’è quindi che ha preso il posto dei riti del passato con simile valore iniziatico ?

La prova iniziatica nel romanzo

Il Dino del romanzo vuole ribellarsi alla sua condizione borghese facendo l’artista e sogna di ristabilire una volta per tutte il rapporto con la realtà attraverso la pittura. Ma continua a dipendere economicamente dalla mamma, pur volendosene allontanare. Incastrato da una donna, cerca la sua libertà nel corpo di un’altra donna e la scena in cui copre di soldi il corpo nudo di Cecilia sul letto della mamma è una sorta di rito iniziatico. La foto seguente e quella del titolo sono tratte dal film di Damiano Damiani sull’omonimo romanzo.

Lo scopo di questo rito è duplice: trionfare sulla lontananza affettiva di Cecilia comprandone il corpo, ma anche esorcizzare il potere che i soldi di mamma esercitano nell’incastrarlo in una dimensione di dipendenza infantile, con un gesto che ne inflaziona il valore e che si consuma proprio sul giaciglio materno. 

Ma la funzione del rito salta perché Cecilia, con un colpo di genio, non terrà neanche i soldi per sé. Non svenderà la sua anima ad un uomo che la cerca esclusivamente come possesso perché è a sua volta posseduto e non conosce altro che il possesso. Terrà per sé la sua libertà affettiva o anaffettiva, sostenendo il peso della sua solitudine. Rispetto al 35enne Dino è più adulta la 17enne Cecilia perché, meglio di lui, ha interiorizzato il senso del limite, grazie alla sua misera famiglia.

Allora il passo successivo per Dino è l’attacco al corpo. Ma il tentativo di suicidio rimarrà un tentativo e quindi, nel suo fallimento, sarà questo a svolgere la funzione di iniziazione rituale per un ritorno alla vita, questa volta una vita matura, dove la realtà non è più inconsistente ma ha un valore, perché ha scoperto che si può danneggiare. Solo nella fragilità la realtà diventa reale e smette di essere scarsa.

L’attacco al corpo come prova iniziatica del terzo millennio

La generazione Z è avviluppata nella ragnatela del materno come Dino in quella delle ricchezze materne. Le mamme fanno le mamme di un pluriventenne come fosse un quattordicenne. I papà fanno le mamme anche loro senza rendersene conto. La genitorialità intensiva è il modello vincente come dice la sociologa Sharon Huys. Gli psicologi spesso fanno le mamme alternative alle mamme disfunzionali, ma così facendo non si accorgono di nuotare ancora nel mare magnum materno. La psicologia rifornisce la scuola di tutta una serie di sigle, ADHD, DSA, PDP, che rimandano alla funzione materna. La struttura consumistica della società ingozza i figli come oche per il Patè de Foie Gras. Ogni cibo, ogni divertimento, ogni sostanza psicoattiva, ogni possibile esperienza consumabile diventa accessibile e quasi obbligatoria da sperimentare. 

Ma il figlio studente è condannato a rimanere tale per le prime tre decadi dell’esistenza e appena va all’università, non avendo interiorizzato un confronto sano con il limite, rischia di crollare di fronte all’asetticità del voto di esame. Tanto che anche le università, divenute nel frattempo aziende che devono sfornare laureati, progressivamente virano in senso materno ed elargiscono 30 e lode e 110 e lode a destra e manca, voti che solo qualche decennio fa erano l’eccezione. 

Un insieme di fili che compone una ragnatela invincibile. Il ballo della Cumbia come soluzione alla noia della canzone di Angelina sembra piuttosto un “traballare” della preda sulla ragnatela. Il ragno è costituito da questa generazione di ipergenitori che divora la generazione successiva.

La società del benessere, del consumismo o della ricerca del godimento compulsivo, come dice Jaques Lacan, ha espunto dalla vita civile ogni contesto iniziatico per sostenere il passaggio dalla vita filiale alla maturità. Quello che rimane sul campo è una terribile, profonda e disperante noia. 

Noia e tentativi di suicidio

Abbiamo già trattato questo argomento nell’articolo “Homo Homini Lupus – 4”. Riportiamo ancora le parole di Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia all’Ospedale Bambin Gesù di Roma, in riferimento ai ricoveri in età adolescenziale: 

“Per lo più sullo sfondo ci sono depressione e disturbi d’ansia che in parte esitano, dopo i tentativi di suicidio o altre forme di autolesionismo, nei ricoveri nel reparto protetto di Neuropsichiatria dove vengono gestiti i casi più complessi: nel 2022 le degenze per questa causa sono state 544 (+10%) e 7 su 10 derivano da ‘ideazione suicidaria’”. 

In questo stato di cose, non dobbiamo stupirci se la soluzione adottata sia quella di utilizzare il corpo come tentativo di confronto con un interlocutore neutro, dove il materno non esiste. Se lo danneggi quello si danneggia veramente. Il corpo come principio di realtà in un mondo dove tutto sembra irreale esattamente come a Dino sembrava scarsa la realtà.

Il giovane si reinventa quindi un personale rito iniziatico che sostituisce la funzione mancante dei riti di una volta. Tentativi di suicidio, autolesionismi, diete e disturbi alimentari, tossicodipendenze, ubriacature ed esposizione a rischio di incidenti. Ultime arrivate in questo catalogo di attacchi alla corporeità sono le “challenge”, le sfide sui social, che espongono il corpo a rischi e danneggiamenti. Sono varie e numerosissime. Ne nascono sempre di nuove e gli adulti ne sanno poco. Hanno attrattiva perché vengono proposte come prove iniziatiche.

Inoltre, se prima le challenge avvenivano nel privato della propria ristretta cerchia di amici, adesso la sfida è diventata social. Quindi la prova iniziatica autocostruita dalle nuove generazioni imita le cerimonie di un tempo anche nel suo farsi momento socialmente riconosciuto e riconoscibile.

Per oggi basta cari terrestri, vi ho massacrato a sufficienza. Perdonatemi, ma andava fatto, anche perché mi stavo annoiando mortalmente.

Buon Universo a Tutti.

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Written by: mind_master

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